Magistratura, c’è una questione morale

Giuseppe De Benedictis, GIP del Tribunale di Bari, accusato di avere intascato mazzette per favorire esponenti della mafia pugliese e arrestato per corruzione in atti giudiziari.
Pietro Storari, pubblico ministero milanese, indagato per rivelazione di segreto d’ufficio con l’accusa di avere consegnato i verbali con gli interrogatori dell’avvocato Piero Amara sulla loggia massonica “Ungheria” a Piercamillo Davigo, all’epoca componente del Consiglio Superiore della Magistratura. Amara parla della loggia “Ungheria” composta anche da magistrati, facendo i nomi di Sebastiano Ardita, ex PM antimafia, Livia Pomodoro, ex Presidente del Tribunale di Milano, Gianni Tinebra, ex capo del DAP, oggi scomparso, Carlo Maria Capristo, ex Procuratore di Trani, arrestato a Potenza nel 2020 con l’accusa di tentata induzione, truffa e falso e di Antonino di Maio, successore di Capistro a capo della Procura di Trani, indagato per abuso d’ufficio e favoreggiamento, destinatario di un provvedimento di perquisizione, i quali smentiscono ogni coinvolgimento.
Pietro Gamacchio, giudice nel processo di appello bis sull’aggiotaggio Impregilo, conclusosi con l’assoluzione, deposita le motivazioni della sentenza di assoluzione dopo 7 anni dalla data della sentenza, paga a intermittenza i conti dei ristoranti, non restituisce un prestito di 40.000 euro e vive l’onta del pignoramento di un quinto dello stipendio. Sono solo peccati veniali?
E che dire di quanto accaduto a Francesco Fimmanò, noto avvocato napoletano e docente universitario, che subisce nella notte una perquisizione personale presso l’abitazione e lo studio professionale ad opera del PM John Woodcock, con tutto quello che ne consegue in termini di traumi familiari, danno d’immagine, ecc. e vedere poi che quel decreto di perquisizione e sequestro, impugnato innanzi il Tribunale del riesame di Napoli, viene annullato con Ordinanza depositata il 22 marzo 2021, ove si legge “appare evidente come il sequestro in questione, lungi dall’essere fondato su un vero e proprio fumus commissi delicti, trovi la sua scaturigine in ipotesi investigative frutto di palesi equivoci, di errate ricostruzioni e di contraddizioni logiche”. Chi ripagherà di tutto ciò il Prof. Fimmanò? Avrà giustizia per il danno subito?
Questi sono solo alcuni dei più recenti casi, altri li ho citati nel mio intervento in questa Rivista di giugno 2019, che di certo non costituiscono lusinga per un’istituzione fondamentale per la democrazia di un paese e che palesano, fra l’altro, come la questione morale sia del tutto attuale all’interno della stessa, risultando non più procrastinabile una vera e propria rifondazione.
Intendiamoci, sono migliaia e sono la stragrande maggioranza i giudici onesti e perbene, che costituiscono il corpo della magistratura, ma quei pochi, per lo più operanti nell’alveo del penale, possono davvero essere ripresi quali casi sporadici e isolati? Così ha dichiarato Giuseppe Santalucia, Presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati, in un’intervista: “Potrà esserci qualche singolo magistrato corrotto, ma la magistratura nel suo complesso è sana”.
Ma al dunque, Luca Palamara che parla di “magistratura ipocrita”, nel suo libro “Il Sistema” si è inventato tutto? Non ha rappresentato fin troppo chiaramente con nomi e fatti un’operatività di certi suoi colleghi, che travalica la funzione istituzionale, sconfinando nella politica, nella gestione del potere, nel carrierismo?
L’autonomia e l’indipendenza non possono e non devono essere lo scudo perché i magistrati possano operare indisturbati e incontrollati, gestendo situazioni spesso strumentalizzate uti singuli.
Oggi è allo studio una profonda riforma del sistema giudiziario e la Ministra Marta Cartabia sembra intenzionata a portare fino in fondo interventi strutturali. Ma ci riuscirà? Si arriverà finalmente a una separazione delle carriere? Si avrà un CSM eletto in modo tale da assicurare meritocrazia nelle nomine negli uffici giudiziari? Ci sarà un sistema “vero” a garanzia dei cittadini, per cui i magistrati dovranno rispondere degli errori commessi nell’esercizio delle proprie funzioni? C’è fame di chiarezza e di certezze. I cittadini sono in balia dello strapotere dei PM. Bisogna intervenire una volta per tutte e c’è solo una conclusione che merita fondatezza: la magistratura va riformata.
Cosa dire della Commissione di Inchiesta Parlamentare voluta dal centrodestra, subito osteggiata dal centrosinistra e dalla stessa ANM ad ennesima conferma delle geometrie politiche di un centrodestra garantista e di un centrosinistra giustizialista? Perché tanto timore? Tolstoj scrisse che “non c’è grandezza se non c’è verità”. E se questa verità non viene perseguita proprio da chi è chiamato ad accertarla, è un guaio serio, finanche per la tenuta della democrazia.
Nei provvedimenti di riforma bisogna fare chiarezza sui rapporti fra magistratura e mass media. È un tema atavico, ma che mantiene la sua assoluta attualità. Si potrebbe, ad esempio, prevedere il divieto di divulgare i nomi dei PM impegnati nelle indagini o dei giudici che emettono le sentenze, ovvero limitare le notizie da pubblicare ad uno stato avanzato delle indagini, finanche alla richiesta di rinvio a giudizio. La normativa penale deve essere “attuale” anche in termini sociali, perché se l’avviso di garanzia costituisce, nel suo tecnicismo e per le finalità che persegue, una quasi condanna se reso pubblico, ecco che è uno strumento fallimentare e da rivedere. Ma di esempi/proposte potrei farne diversi, ma non sono fra gli “eletti” che siedono al tavolo delle riforme, quindi mi limito a queste mere segnalazioni, confidando che comunque possano essere utili.
Si potranno di certo snellire e velocizzare i processi, aumentando l’organico dei magistrati e il personale di cancelleria, ovvero informatizzando l’iter giudiziario, ma gli obiettivi urgenti e improcrastinabili per una seria riforma non sono solo questi.
Recentemente è intervenuta anche la Corte di Giustizia Europea con la sentenza del 28 novembre 2019, C-653/19, P.P.U., che fa seguito alla Direttiva UE 2016/343 per sottolineare la valenza della presunzione di innocenza.
Il problema dell’errore giudiziario e dell’ingiustizia non rientra solo quale operato del singolo, ma interessa la collettività e la credibilità del sistema giudiziario, che esiste anche perché percepita come tale.
Dal 1992 al 2020 la malagiustizia è stata accertata in quasi 30.000 casi, determinando un costo per i contribuenti di circa 800 milioni di euro in indennizzi, cioè 28 milioni di euro ad anno.
Cosa dire di fronte a tali numeri? Tacere? Fare finta che non esistano? Oppure affrontare il problema con approccio responsabile e risolutivo nell’ambito delle riforme allo studio?
La delegittimazione di un magistrato non viene dal ridimensionamento dei suoi poteri, o dal controllo del corretto esercizio degli stessi, pena sanzione, ma da questo teatrino vergognoso di guerre di potere, di veleni fra Procure, da giudici indagati e arrestati per i reati più biechi.
Dov’è finito lo spirito di verità, il rispetto delle istituzioni dei tanti Falcone, Borsellino, Livatino, Chinnici, Ciaccio Montalto che, sacrificando la propria vita, hanno incarnato il desiderio di giustizia e onestà degli italiani. Cosa hanno insegnato questi magistrati ai propri colleghi? Molto, moltissimo se si pensa ai tanti che, a dispetto dei pochi ma fragorosi che fanno scempio della giustizia per la sete di potere, continuano ad operare nel solco del loro esempio.
Ed è proprio a questi tanti magistrati, seri e perbene, lontani dalle lotte di potere e dal carrierismo, che rivolgo l’appello a non temere una riforma della magistratura, dei processi, della giustizia e vi sia, invece, un contributo proprio dall’interno dell’istituzione per rifondare la stessa e non essere più considerata come una casta invisa di intoccabili e onnipotenti, così da riacquistare la funzione sociale che le compete a baluardo della verità e della giustizia, cui potersi serenamente affidare.