L’illusione (finanziaria) di una crescita illimitata

Come orientarsi nella crisi economica che dal 2008 attanaglia il nostro mondo globalizzato?
E come muoversi in questo processo illusorio di una crescita economica continua?
Interrogativi che rimbalzano dalle pagine dei quotidiani, ai simposi accademici e che, di fatto, interessano tutti i paesi, ove si assiste a un progressivo impoverimento sociale e, in particolare, dei ceti medi.
Oggi c’è bisogno di una profonda riflessione, di una maggiore partecipazione della società civile nelle scelte di politica economica che interessano, in primis, il nostro Paese, attraverso strumenti tradizionali, come la prassi convegnistica o l’approfondimento giornalistico e più moderni, come i social e il web.
Nel momento attuale, credo che il contributo di realtà professionali storiche, integrate e intergenerazionali, sia determinante, in quanto le nuove generazioni difficilmente riescono a comprendere modelli di economia e diritto attualizzati, senza avere conoscenze e competenze per operare con un chiaro sguardo d’insieme e possibilità di incidere sulle scelte operative.
Un tema particolarmente attenzionato è quello dell’illusione finanziaria, decantata, combattuta e crollata in seguito alla crisi dei mutui subprime, prima ed alla pandemia covid, oggi.
Il ragionamento è semplice: la bolla finanziaria che si è innestata sulla concessione di crediti subprime alle famiglie povere degli Stati Uniti era l’effetto di una pratica finanziaria, che ha frodato ogni comune capacità di osservazione del vero, offrendo apparenti conferme ad un teorema impossibile.
Quando effettuiamo un investimento, prendendo in prestito capitali, scommettiamo sulla buona gestione e riuscita dell’attività, che potrà divenire fonte di reddito, in caso di sviluppo e crescita dei profitti.
Nel caso dei mutui subprime, le banche iniziarono a dare in prestito somme di denaro a soggetti che non sarebbero mai stati in grado di rifondere i mutui. Ciò accadde in quanto gli intermediari, teorizzando e diffondendo proseliti intorno al paradigma della crescita illimitata del prezzo degli immobili, collegati al credito ipotecario, sapevano che fin quando vi fossero stati soggetti disponibili ad acquistare immobili, a dispetto del loro aumento di prezzo, anche il valore della collaterale garanzia dei prestiti avrebbe continuato a crescere, consentendo alle banche di recuperare le somme date in prestito e i relativi interessi.
Con i nuovi crediti concessi ai nuovi acquirenti di immobili, dunque, la banca rientrava del precedente, eventuale insoluto.
Ma un giorno del 2007 il palco di questa recita crollò e ciò avvenne quando i flussi dei nuovi entranti non consentirono più (con la concessione di nuovi crediti) di rimborsare i debiti pregressi.
Un meccanismo simile è quello che ordina il sistema monetario del nostro Paese.
Com’è noto, tra i parametri utilizzati per valutare lo stato di salute di un paese c’è il rapporto debito – PIL.
Al fine di provvedere alla realizzazione di investimenti ed allo svolgimento di politiche economiche per la crescita e lo sviluppo, lo Stato spende denaro (spesa pubblica), contraendo debiti e mettendo sul mercato titoli.
La crescita del PIL dovrebbe garantire una tale redditività da consentire la restituzione del capitale e degli interessi. Ma cosa accade invece nel nostro Paese? Come finanzia ogni anno lo Stato italiano i propri investimenti? Non versando le somme emergenti da una nuova redditività dell’economia reale, ma emettendo nuovi titoli.
E come sono pagati i debiti pregressi? Attraverso i flussi di nuovi entranti che, per ora, hanno consentito di procedere al pagamento dei debiti precedenti.
Questo meccanismo si fonda sul presupposto collegato ad uno stato di perenne crescita del PIL. Infatti, ipotizzando che si continui in Italia ad avere per sempre un buon livello occupazionale, un’economia reale florida, un risparmio delle famiglie elevato e, quindi, un apprezzabile stato di ricchezza endemico, si potrebbe ugualmente ipotizzare un sempre più diffuso numero di investitori disposti ad acquistare titoli del debito pubblico (BOT, CCT, ecc.); ma cosa succederebbe se, a causa di un’improvvisa calamità (covid), vi fosse una terribile battuta di arresto della crescita del PIL?
Sono questi gli interrogativi che tormentano i dibattiti di più stretta attualità, come quello che As finanza ha organizzato in occasione del Salone della Giustizia, proprio  con il titolo “L’illusione di una crescita illimitata in un mondo limitato”.
Nell’occasione sono intervenuti Giancarlo Abete, Antonio Marzano, Bernardo Mattarella, Jaques Moscianese, Pasquale Salzano, Giulio Tremonti, che, unitamente a Carlo Malinconico (presidente del salone della giustizia), hanno convenuto tutti sulla necessità di abbandonare l’illusione di una crescita continua, per procedere invece nella direzione di una nuova economia sostenibile.
Già prima dell’avvento del covid, appariva ai più seri studiosi (proprio alla luce degli insegnamenti ricavati dall’esperienza mutui subprime), che sarebbe bastato un battito d’ali di una farfalla a far tremare le radici del sistema. Così è stato! Anche se l’elegante farfalla è stata sostituita da un pandemico pipistrello.
Era chiaro, infatti, che al di là del covid, il sistema sarebbe prima o poi imploso, in quanto i parametri di crescita del PIL e delle esposizioni debitorie non hanno affatto criteri di sviluppo analoghi. Infatti, mentre il PIL cresce in modo costante e lineare, il debito pubblico aumenta di anno in anno in modo esponenziale, in quanto per ogni annualità occorre trovare misure e sostanze finanziarie, non solo per remunerare il capitale preso a prestito, ma anche per gli interessi maturati su di esso. La crescita del PIL non è sufficiente a sostenere questi importi di spesa e, dunque, ogni anno, vengono emessi nuovi titoli per pagare un surplus di interessi, che maturano sugli interessi pregressi, oltre che sull’originario capitale utilizzato, per sostenere l’economia.
Le questioni su cui siamo chiamati a riflettere sono serie e non possiamo aspettarci che arrivino soluzioni attraverso semplici diktat politici contingenti; occorre che, in modo orizzontale, istituzioni pubbliche, professionisti ed imprese si attivino insieme, collaborando strettamente per trovare strategie vincenti.
L’unica cosa certa è che l’economia virtuale dovrà lasciare sempre più spazio all’economia reale.