L’Europa del futuro. Un nuovo sistema di regole

Mai elezioni europee, come le prossime, sembrano suscitare tanto interesse. All’esito di alcuni sondaggi, se rispettati, potrebbero aprirsi scenari mesi fa inimmaginabili, essere sovvertiti equilibri ed alleanze all’interno del parlamento europeo ed avviarsi stagioni di riforme radicali.
Di sicuro però, più si avvicina la data del 26 maggio, meno i partiti originariamente euroscettici propongono di uscire dalla UE, o dall’euro. Per quanto sbandierato nell’ottica di acquisire consenso elettorale, lo slogan fuori dall’Europa non lo dice più nessuno. E questo è già un primo aspetto che deve far riflettere per chiedersi, quindi, come cambierà l’Europa all’interno della propria istituzione, atteso che nessun partito, nessuno Stato, ha volontà di uscire. Di sicuro si vorranno cambiare le regole del gioco, facendo i conti con euroburocrazia, parametri, procedure regolamentari lente, direttive e quant’altro. Percorsi e intenti tutt’altro che facili da realizzare.
Un’organizzazione più snella, approcci pragmatici alle problematiche, velocità d’intervento sulle criticità e di attuazione delle soluzioni sono solo alcuni degli aspetti basilari, che renderebbero più efficace, coinvolgente e premiante l’azione dell’UE.
L’Unione Europea non può essere una coperta corta tirata da questo o quel Paese, per soddisfare alla bisogna i propri interessi. Deve essere chiaro che sono da garantire gli interessi di tutti, perché i Paesi membri, in quanto tali, hanno il dovere di condividere fattivamente e con spirito di solidarietà i principi ispiratori dell’Unione per la ricerca del bene comune.
Servono interventi condivisi sull’immigrazione, la politica commerciale e gli investimenti esteri (soprattutto nei rapporti con Stati Uniti, Russia e Cina), l’armonizzazione fiscale, la difesa del territorio, la lotta al terrorismo, la tutela dell’ambiente.
È necessario elevare il livello del ragionamento e pensare al nostro Paese e a tutti i Paesi membri come parti integrate in un sistema comune, per questo più forte, più sicuro, più competitivo.
Singolarmente siamo deboli e vulnerabili. L’unione, la coesione e la condivisione costituiscono le direttrici che bisogna seguire, senza che un Paese perda la propria identità nazionale, ma ricercando quelle radici etiche e di collaborazione, che sono state a fondamento della nascita dell’Unione Europea.
Mi piace citare alcuni passi di Giovanni Paolo II che, nell’Atto Europeistico a Santiago de Compostela il 9 novembre 1982, ebbe a dire quanto di più attuale: “La storia della formazione delle nazioni europee scorre parallela a quella della loro evangelizzazione, fino al punto che le frontiere europee coincidono con quelle della penetrazione del Vangelo. (…) Si deve ancora affermare che l’identità europea è incomprensibile senza il Cristianesimo, e che proprio in esso si ritrovano quelle radici comuni dalle quali è maturata la civiltà del vecchio continente, la sua cultura, il suo dinamismo, la sua operosità, la sua capacità di espansione costruttiva anche negli altri continenti; in una parola, tutto ciò che costituisce la sua gloria. (…) Sul piano civile, l’Europa è divisa. Innaturali fratture privano i suoi popoli del diritto di incontrarsi tutti reciprocamente in un clima di amicizia, e di congiungere liberamente i loro sforzi e le loro genialità in servizio di una convivenza pacifica e di un apporto solidale alla soluzione dei problemi che affliggono altri continenti. La vita civile è anche segnata dalle conseguenze di ideologie secolaristiche, la cui estensione va dalla negazione di Dio o dalla limitazione della libertà religiosa, all’importanza preponderante attribuita al successo economico rispetto ai valori umani del lavoro e della produzione; dal materialismo ed edonismo, che intaccano i valori della famiglia feconda e unita, della vita appena concepita e la tutela morale della gioventù, a un “nichilismo” che disarma le volontà dal fronteggiare problemi cruciali come quelli dei nuovi poveri, degli emigrati, delle minoranze etniche e religiose, del sano uso dei mezzi di comunicazione di massa, mentre attrezza le mani del terrorismo. (…) Per questo, io, Giovanni Paolo grido con amore a te, antica Europa: Ritrova te stessa. Sii te stessa. Riscopri le tue origini. Ravviva le tue radici. Torna a vivere dei valori autentici che hanno reso gloriosa la tua storia e benefica la tua presenza negli altri continenti. Ricostruisci la tua unità spirituale, in un clima di pieno rispetto verso le altre religioni e le genuine libertà.
Noi di Dimensione Informazione sottoscriviamo le esortazioni di Giovanni Paolo II e siamo convinti dell’importanza e del peso sempre maggiore da dare all’Europa, intesa come sistema coeso di Paesi diversi, che trovino nella centralità dell’uomo e nell’Unione la loro forza, accrescendo così il miglior rispetto sia nelle contrapposizioni, sia nelle alleanze con le Potenze del resto del mondo. È necessario che l’Unione Europea modifichi la sua governance, abbia un sistema di regole più flessibile, che favorisca lo sviluppo dei singoli Paesi membri, senza mortificazioni economiche per il rigido rispetto di diktat spesso obsoleti e superati dal coacervo degli avvenimenti di quest’ultimo ventennio e senza le prepotenze di Stati economicamente più forti. La mortificazione e la frustrazione di un Paese e del suo popolo è quanto l’Europa Unita deve evitare. Le regole devono servire allo sviluppo, non essere ottuse per l’interesse superiore di un sistema che non fa il bene dei singoli, cioè dei cittadini europei.
E per meglio comprendere idee e proposte per l’Europa di domani, abbiamo voluto rivolgere dieci identiche domande ai leaders dei principali partiti italiani impegnati nelle prossime elezioni.
Ho intervistato Matteo Salvini (Lega) e Nicola Zingaretti (PD), Antonio Tajani (Forza Italia) e Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), Nicola Fratoianni (Sinistra Italiana) e Benedetto Della Vedova (+Europa). Purtroppo dal capo dei 5 Stelle Luigi Di Maio non si è avuto riscontro alla richiesta di intervista. Ce ne dispiace.
Pubblichiamo, quindi, le interviste, auspicando che chiunque vinca (anche se alla fine, come spesso accade, tutti diranno di aver vinto), sovranisti, populisti, socialisti, popolari, ecc., forti della legittimazione elettorale, abbiano davvero in mente il bene dell’UE quale istituzione fondamentale per favorire un sistema di regole che migliori la sicurezza, lo sviluppo ed il benessere del tessuto economico e sociale di ogni singolo Paese membro e dell’intera comunità europea.