Le città del post Covid 19. Un nuovo welfare

L’economia del pianeta poggia su quelli che sono gli snodi dei flussi dei mercati finanziari internazionali. Essi, oggi, sono localizzati nelle grandi città del mondo. Per avere conferma di tale affermazione è sufficiente dare uno sguardo alla produzione dei diversi PIL delle città. Ma ciò che maggiormente impressiona è quanto prevede il rapporto redatto da McKinsey & Company. Pubblicato dal Global cities of the future, secondo cui entro il 2025 oltre il 65% del prodotto interno lordo mondiale si concentrerà nei grandi agglomerati urbani del pianeta. Basta guardare alla ricchezza prodotta dalle grandi metropoli del mondo. Ergo, le città dettano legge e condizionano l’economia. I dati, al 2019, forniti dall’OCSE, pongono al primo posto Tokyo, capitale del Giappone, con un PIL di 1520 miliardi di dollari; seguita da New York, con 1.210 miliardi annui che, sommati alla produzione di ricchezza di Los Angeles, terza in classifica con i suoi 790 miliardi l’anno, consente di restituire una mappa che conferma la forza finanziaria degli Stati Uniti d’America. Le grandi città sono quindi destinate a crescere secondo una logica esponenziale grazie alla convergenza di grandi capitali, progetti innovativi, nuove imprese e desiderio di sviluppo. Tutto ciò comporta il relativo potere politico di indirizzo lungo tutta la gerarchia urbana all’interno dei singoli paesi, così come su base internazionale.
In questo amalgama i colossi urbani su cui si regge l’impalcatura economica di intere nazioni hanno due strade da percorrere: diventare leader e quindi punto di riferimento delle grandi città limitrofe, oppure specializzarsi e tramutarsi in punto di riferimento esclusivo e oggetto di interesse delle altre realtà economiche globali. In Italia, negli anni recenti, il Governo ha posto attenzione ai temi relativi alle questioni urbane acquisendo, tra l’altro, informazioni a supporto per le decisioni coerenti per la definizione dell’Agenda Urbana Nazionale. Tali studi hanno evidenziato le diverse realtà urbane del Paese ed hanno consentito la valutazione degli effetti delle politiche urbane (nazionali e locali) e la loro progettazione futura, guardando con attenzione alla tipizzazione proprio delle diverse realtà urbane rispetto ad alcuni temi di rilievo per le politiche urbane e il conseguente posizionamento relativo delle città metropolitane e delle principali aree metropolitane italiane (benchmarking). Certamente, però, il fenomeno pandemico che ha violentemente ed improvvisamente sconvolto il modo di vivere, impone nuovi punti di vista a cui bisognerà porre attenzione al più presto anche ponendo attenzione alle linee di indirizzi della programmazione europea 2021-2027. Tra queste un ruolo preponderante è affidato all’innovazione tecnologica che, applicata alla città, significa “Smart city”. L’evoluzione della smart city, nella pianificazione della città, ha quale obiettivo quello di ridurre l’entropia crescente che caratterizza la città contemporanea e la crisi che ha connotato gli insediamenti urbani a tutte le latitudini. La città ha un serie di ragioni che ne denotano la crisi: il degrado e l’assuefazione al degrado, l’inquinamento, la vulnerabilità, l’aumento della complessità, l’insicurezza. Alle ragioni sopra indicate, dall’inizio del 2020, si è aggiunto un ulteriore elemento di insicurezza. Quello della pandemia generata dal Covid 19. Tale fenomeno ha colpito prevalentemente le città, sedi deputate alla produzione di ricchezza. Esse hanno rallentato rapidissimamente gran parte delle attività fino a quasi sospendere la “produzione di ricchezza”.
Alla luce di ciò, cosa viene a profilarsi? Certamente un nuovo modello di città in cui l’innovazione tecnologica è protagonista.
E, in effetti, quando si fa riferimento all’innovazione tecnologica applicata alla città, il primo pensiero è rivolto all’intelligent building e, immediatamente dopo, alla smart city (della quale il primo è antesignano). Ma il paradigma della smart city tende intuitivamente a ingenerare due interpretazioni, che fanno leva rispettivamente su efficienza dei servizi e personalizzazione nella fruizione della citta da parte dell’utente. Lo smart working, per esempio, sperimentato improvvisamente su scala nazionale, ha dato prova di quanto sia strategico per i cittadini questo aspetto della smart city.
I cittadini sono dei consumatori della città, a cui va offerta una modalità di fruire della città, la più possibile efficiente e qualitativamente vicina ai suoi gusti, interessi e preferenze.
La smart city, però, nel ridurre la complessità e nel semplificare la vita sulla base di algoritmi identificativi di chi siamo, chi si frequenta e cosa vogliamo, spinge l’uomo in una bolla che tende a rafforzarsi e che restituisce una città funzionale e di nostro gradimento, ma con esseri umani anestetizzati e con forti limitazioni nell’agire con autonomia.
Ma un altro aspetto è emerso con forza nel periodo del Covid 19. La crisi sanitaria ed il conseguente lockdown del sistema economico/produttivo hanno avviato un processo di disparità nella distribuzione della ricchezza; è molto probabile, quindi, che assisteremo ad un acuirsi delle diseguaglianze sociali e ad un aumento di popolazione in condizione di povertà assoluta e relativa. Questa crisi rischia di riflettersi pesantemente anche sulla condizione abitativa delle fasce deboli di popolazione, nonché sui servizi e le attrezzature delle città. È probabile che numerose famiglie saranno presto a rischio di sfratto per morosità, avendo perso le risorse per sostenere i canoni di affitto e che molte rischiano di perdere la casa di proprietà perché impossibilitati ad onorare il proprio mutuo. Una situazione che si va ad innestare in una condizione già carente in Italia, dove gli impegni finanziari dedicati al “diritto all’abitare” e all’edilizia sociale pubblica, ma anche più in generale alla città, al diritto alla casa ed ai servizi correlati, negli ultimi trent’anni sono stati bassissimi; l’Italia è, infatti, da molto tempo il paese europeo che spende meno in questo settore.
L’Housing Europe Observatory, che fotografa la condizione abitativa in Europa e offre apprezzabili riflessioni anche sulla situazione italiana, nel Rapporto 2019 ha evidenziato come l’accesso alla casa rappresenti ancora un problema per molti cittadini. Nel 2017 il 10,2% delle famiglie ha speso più del 40% del proprio reddito in spese abitative, percentuale che sale al 37,8% tra coloro a rischio povertà. Un problema a cui, si legge nel Rapporto, i governi hanno dato risposte frammentate, perlopiù sotto forma di incentivi ad attori privati e sussidi. In Italia sono infatti sempre più diffusi i progetti di housing sociale, ossia iniziative e programmi che offrono alloggi e servizi di qualità a canoni accessibili a chi si trova in una situazione di vulnerabilità economica e/o sociale, a causa della quale non riesce ad accedere al mercato privato della casa, né è in possesso dei requisiti per l’accesso al servizio di edilizia residenziale pubblica. Quindi, una proposta di social housing non più concepita solo per famiglie numerose ed a basso reddito! Oggi i soggetti che hanno necessità di poter fruire del social housing sono coloro che vivono una fase di stress abitativo (causa perdita del lavoro, separazione, motivi di salute, ecc.), studenti, professionisti, city user, anziani e giovani coppie; tutte situazioni che derivano dalla trasformazione della nostra società (a cominciare dalle strutture familiari), dai fenomeni migratori, dalla povertà e marginalità urbana in genere.
Si tratta di definire, magari contemporaneamente ad un riposizionamento degli strumenti di solidarietà, una nuova politica abitativa nazionale a carattere ordinario, individuando un flusso di risorse continuativo che consenta di programmare interventi che, unitamente al sostegno finanziario di enti territoriali, ai vari livelli, concorrano a sviluppare un’adeguata offerta di alloggi sociali in grado di dare efficaci risposte alla forte domanda riscontrabile nel Paese e nelle varie modalità e forme con le quali si presenta sul territorio.
Tale proposta è in linea anche con l’evoluzione delle politiche dell’Unione Europea, che dovrebbe pervenire ad atti concreti attraverso strategie di più lungo respiro come quella della prossima istituzione del Recovery Fund (Fondo per la ripresa) nell’ambito della strategia next generation UE.
La strategia può essere così sintetizzata: “Investire in un’Europa verde, digitale e resiliente” e, come ricordato dalla stessa Presidente Von der Layen, l’housing sarà tra i temi prioritari di applicazione degli investimenti finanziati dal Recovery Fund. Siamo confidenti che sia davvero così.