L’Afghanistan e il riassetto internazionale tra USA e Cina

La scorsa estate, ancora una volta, l’Afghanistan ha clamorosamente riaffermato la sua secolare reputazione di tomba degli imperi.
Quale sarà la prossima vittima? Saranno i cinesi a seguire i greci, i mongoli, gli inglesi, i sovietici, gli americani? Parte della stampa internazionale sembra aver indicato proprio questa ipotesi, alludendo alla inevitabilità della espansione egemonica cinese nell’area afgana, come una delle conseguenze della recente uscita di scena americana.
Personalmente ne dubito.
E dubito anche che il ritiro americano si possa considerare come una espressione di debolezza (alludo al ritiro come decisione politica, non alle sue modalità, indubbiamente disastrose).
Gli Stati Uniti non avrebbero mai dovuto invadere l’Afghanistan in primo luogo. L’Afghanistan è un paese di valore strategico del tutto irrilevante per gli Stati Uniti. Che cosa ha giustificato quindi questa sanguinosa occupazione ventennale? Si continua a sostenere che gli Stati Uniti furono costretti ad invadere l’Afghanistan per proteggere la sicurezza nazionale (e internazionale) da potenziali minacce terroristiche.
Giustificazione poco convincente. Se ogni volta che si desse la caccia a delle cellule eversive, si dovesse invadere il paese nel quale si suppone che si nascondino, metà del mondo dovrebbe essere invaso e occupato. Non si invade un intero paese per dare la caccia ad un gruppo terrorista, soprattutto un paese impregnabile come l’Afghanistan. Si lancia una operazione di forze speciali guidata dalle agenzie di intelligence, in coordinamento con gli alleati regionali. Si cerca poi di perseguire individui o gruppi sospetti con iniziative invisibili ed il più possibile operativamente circoscritte.
I veri motivi erano certamente altri e molteplici. Probabilmente connessi con il potentissimo apparato industrial-militare, che continua a costituire la più influente propulsione politica negli Stati Uniti. Comunque erano motivi strettamente connessi alla politica interna, più che internazionale degli Stati Uniti.
Le benevole ambizioni di dedicarsi a costruire in Afghanistan un moderno stato di diritto sostenuto da un sistema democratico di tipo occidentale, si sono dimostrate poco più che ingenue articolazioni di generica clemenza politica, raramente sostenute da uno studio storico approfondito. Nel tempo si sono stemperate sino alla propria dissoluzione, di cui siamo appena stati testimoni.
In realtà, l’uscita di scena americana dall’Afghanistan è stata una decisione strategicamente giustificata, che avrebbe dovuto essere stata presa da tempo.
Il fatto che sia stata finalmente presa (anche se con modalità logistico-operative disordinate) è una dimostrazione di forza e non debolezza. Gli USA hanno finalmente deciso di costringere le diverse potenze regionali (Cina, Russia, Pakistan, per le quali l’Afghanistan costituisce un paese molto più strategicamente rilevante che per gli USA) ad assumersi la responsabilità di evitare la disintegrazione economico/politica del paese ed il suo utilizzo come rifugio di estremismo islamico. Responsabilità che avevano astutamente delegato agli Stati Uniti.
Diversamente da quanto indicato da alcuni osservatori, tali stati – la Cina soprattutto – sono ora profondamente preoccupati dall’ uscita di scena americana. Ma, soprattutto, per essere improvvisamente costretti a dover gestire quello che hanno a lungo temuto, un paese guidato da una entità politicamente auto-immune, che non risponde più nemmeno a se stessa: i Taliban.
La Cina non si è certo rallegrata per il ritiro americano. Contrariamente a quanto si è scritto, i cinesi hanno segretamente auspicato sino all’ultimo che gli USA continuassero a restare almeno per un ulteriore periodo biennale. Probabilmente, la Cina è ora il paese più preoccupato delle rischiose incertezze che si stagliano ai confini orientali dell’Afghanistan e le inquietanti conseguenze sui fragili equilibri interni cinesi.
Se l’Afghanistan si disintegrasse nel caos, potrebbe divenire un formidabile ostacolo per il futuro sviluppo della Belt and Road Initiative (BRI), la monumentale iniziativa di sviluppo globale delle infrastrutture, critica per l’espansione dell’economia cinese. Oltre a servire come santuario per possibili organizzazioni eversive, l’Afghanistan dei Taliban potrebbe anche contribuire a sostenere la causa degli Uighur in Cina, un rischio che il governo cinese considera con molta ansietà e che intende eliminare con tutti i mezzi possibili.
Come intende la Cina affrontare questa crisi alle porte di una delle sue regioni più fragili? Cercherà di contribuire frontalmente alla assistenza umanitaria e alla ricostruzione economica, forgiando un’alleanza strategica con il Pakistan e l’intermediazione politica di Taliban? Sarebbe la Cina disposta ad affrontare il costo (certamente non lieve, sia economico che politico) del suo nuovo ruolo in Afghanistan, con la speranza di riuscire là dove precedenti imperi hanno fallito, come dicevamo all’inizio?
Prima di imbarcarsi in un’avventura di tale audacia politica, la Cina rifletterà sugli errori delle fallimentari politiche interventiste delle potenze che si sono alternate nel futile tentativo di imporre militarmente le proprie regole all’Afghanistan. È noto, per esempio, che la Cina ha recentemente commissionato uno studio sulla politica estera tedesca tra il 1874 ed il 1914, in particolare per esaminare la transizione tra la politica conciliatoria di Bismarck e la politica più assertiva di Guglielmo II.
In realtà è probabile che la Cina possa presto divenire il più attivo agente di cooperazione regionale, se non altro per dividere il rischio del suo nuovo ruolo in Afghanistan con Stati che condividono molte delle ansietà cinesi su questo tema.
Cina, Russia, Iran, Pakistan e altri nella regione che circonda l’Afghanistan, hanno già concordato di creare un sistema di regolari consultation diplomatiche per affrontare in modo unitario la crisi esplosa con velocità esponenziale in Afghanistan come conseguenza della presa di potere Taliban e del congelamento dell’assistenza finanziaria internazionale. Dallo scorso agosto, tali consultazioni hanno già avuto luogo due volte, l’ultima a Teheran.
L’ insuccesso della occupazione dell’Afghanistan guidata dagli USA – considerata da taluni come una invasione e da altri come una liberazione – mette anche in discussione il ruolo e le conseguenze delle interferenze militari nel mondo contemporaneo.
Politiche militarmente interventiste sono divenute sempre più numerose sulla scena internazionale dalla seconda guerra mondiale. Tali politiche possono dividersi in tre fasi distinte.
Durante la guerra fredda, le ingerenze militari di ex o nuove potenze coloniali (soprattutto l’Unione Sovietica), avevano luogo all’ombra dei rischi di conflitti nucleari. Queste tensioni militari di tipo colonialistico, in una certa paradossale maniera, offrivano un campo di azione geograficamente e militarmente delineato per le competizioni ideologiche tra Est ed Ovest. Questo spesso aveva l’effetto implicito di limitare i rischi di conflitti nucleari diretti, in uno scenario diplomatico paralizzato dalla terribile eventualità dell’impiego del potere militare definitivo, quello nucleare.
Ciascuna delle due parti tentava di espandere la propria influenza dall’Africa al Medio Oriente, dall’America Latina all’Asia. Ne conseguirono spesso conflitti per procura, un’infausta tradizione che purtroppo perdura.
Al termine della guerra fredda seguì quindi un periodo nel quale apparve che un nuovo ordine mondiale potesse sostituire le estenuanti competizioni egemoniche Est-Ovest con un accordo che garantisse stabilità globale. Il concreto consolidamento della pace internazionale per la prima volta poteva divenire una realtà concreta.
Alla fine degli anni ’90, il fallimento della diplomazia occidentale nel prevenire il genocidio in Rwanda ed i ripetuti massacri nei Balcani provocarono una nuova ondata di istinti interventisti. “La responsabilità di proteggere” ed il dovere di intervenire per prevenire ulteriori massacri, divenne il crogiolo diplomatico per un assortimento di dinamiche emotive, morali o più semplicemente politiche, che spaziavano dalla compassione all’empatia, dal romanticismo post-coloniale alle nuove ambizioni nazionalistico-espansioniste.
A seguito dell’11 Settembre 2001, proteggere i più deboli dal dispotismo autoritario o dalla violenza di estremismi di diversa origine, divenne una strategia indispensabile per proteggere se stessi.
Cionondimeno, l’entusiasmo per tali nuove politiche neo-interventiste sembra che abbia trascurato una verità essenziale: raramente è possibile salvare un popolo che non intenda collaborare ad essere salvato. Per molti, l’enorme costo collaterale in innocenti vite umane perse in tale nuova stagione interventista, è stato un chiaro segno che le vite dei (cosiddetti) liberati valgano meno di quelle dei (cosiddetti) liberatori.
Oggi, nel novembre 2021, l’ultima sconfitta dell’Occidente in Afghanistan (ma anche nel Sahel, in Syria, in Libia e in altri casi) apre un nuovo capitolo nella storia dell’interventismo militare.
La stampa internazionale ha spesso indicato un parallelo con il riassetto internazionale seguito alla fine della guerra in Vietnam. Ignorando però un elemento totalmente nuovo, le cui future conseguenze sono al momento imprevedibili: l’arrivo della Cina come giocatore chiave.