La Giustizia in attesa di giustizia

Dalla lettura dei giornali potrebbe sembrare che la questione dell’efficientamento del nostro sistema giudiziario sia diventata indifferibile perché quella riforma è strettamente legata all’erogazione delle risorse finanziarie di cui il recovery fund si compone.
A pensarci bene, però, la questione è molto più antica e più complessa: non solo perché impinge nei diritti di libertà garantiti dalla Costituzione e dalla CEDU, ma anche perché legata all’eliminazione di alcune poco nobili peculiarità del nostro sistema: prima fra tutte quella secondo cui – quando parliamo di magistrati (e non solo di “giudici” in senso tecnico) non vale il principio che permea di sé tutti gli ordinamenti democratici contemporanei: quello secondo cui la responsabilità deve seguire, sempre e inevitabilmente, il potere.
È nota, sul punto, la posizione dell’Associazione Nazionale Magistrati, adeguatamente supportata da ben individuate forze politiche, ma ora che le cronache ci hanno disvelato le conseguenze di questa irresponsabilità avevo ragione di pensare che tutti volessero collaborare per evitare il ripetersi di certi accadimenti: mi sbagliavo, ma non me ne meraviglio e provo a spiegarne il perché.
L’autonomia e l’indipendenza della magistratura – intesi dall’Assemblea Costituente come strumenti essenziali per mantenere l’equilibrio fra i poteri – hanno progressivamente perduto buona parte delle loro qualità strumentali e questa perdita ha coinvolto persino il loro grande valore iniziale.
Hanno risentito di questa perdita di valore tutte le questioni legate alla funzionalità del sistema giudiziario: da quello penale – in cui si è creduto di guadagnare in efficienza semplicemente spezzando il cronometro della prescrizione – a quello civile dove i tempi della giustizia sono spesso abbandonati alle scelte di giudici monocratici che amministrano la propria agenda senza che alcuna Parte processuale (attore o convenuto che sia) possa minimamente interloquire, anche solo per condividere le ragioni delle udienze mancate, dei rinvii ingiustificati o degli ancora più ingiustificati dinieghi all’integrazione dei mezzi istruttori.
Dei processi amministrativi, contabili e tributari nulla dico per non appesantire questo scritto, ma anche lì molto ci sarebbe da dire e da riformare: cominciando dalle modalità di stesura dei verbali, al confezionamento dei quali gli avvocati non possono partecipare se non a domanda e non sempre la loro richiesta viene accolta con immaginabili risultati sul piano della completezza dei verbali medesimi.
Per non sembrare eccessivamente polemico, evito di occuparmi anche dei comportamenti della Corte di Cassazione che – prima ancora di entrare nel merito di ogni ricorso – si prodiga nella caccia all’errore che può aver compiuto l’avvocato che lo sottoscrive: una caccia che richiede spendita di energie che potrebbero più fruttuosamente essere indirizzate verso la soluzione dei problemi sollevati dai ricorrenti.
Fare giustizia, però, non significa solamente riformare lo status dei giudici; non meno importante sarebbe mettere mano ai diversi codici del rito, magari elaborandone una parte comune a tutte le procedure e lasciando alle parti speciali la disciplina delle peculiarità di ogni processo, razionalizzandolo in conformità alle regole stabilite dall’articolo 6 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e dell’articolo 47 della Carta Europea dei Diritti Fondamentali.
A proposito di Europa, infine, ricordo l’obbligo di rimessione alla Corte del Lussemburgo delle questioni pregiudiziali sollevate nel corso di ogni processo in cui si lamenti un contrasto tra norme interne e disposizioni sovranazionali.
È un obbligo spesso obliterato e rispetto al quale ben pochi sanno che il rimedio consiste nel presentare reclamo alla Commissione Europea per domandare l’apertura di una procedura di infrazione nei confronti della Repubblica italiana.
Rappresento quanto sopra non per indossare l’armatura di Don Chisciotte, ma semplicemente per segnalare ai lettori che abbiamo oggi l’occasione per costringere Governo e Parlamento a porre fine a questi modi di dispensare giustizia e l’occasione ci è data dalle proposte di Referendum per la celebrazione dei quali si stanno raccogliendo le firme.
È un vero peccato che alcuni partiti politici abbiano voluto intestarsi la paternità di questi referendum, meglio sarebbe stato avviarli attraverso la costituzione di appositi comitati cui potessero aderire esponenti delle diverse forze politiche presenti in Parlamento.
Oramai però il dado è stato tratto ed è troppo tardi per cambiare i motori della macchina referendaria.
Si può soltanto sperare che gli italiani non confondano il “Sì“ su ciascuna scheda con il voto che daranno alle elezioni politiche, perché se questo dovesse avvenire saremmo di fronte ad una nuova occasione perduta per riformare il sistema della giustizia italiana.