La Fondazione “Leonardo – Civiltà delle Macchine”

Occorre risalire agli anni Venti, ai roaring twenties, quando, negli Stati Uniti, nacque il dibattito sulla necessità, per i dirigenti di azienda, di operare non solo nell’interesse degli azionisti, gli shareholder, ma anche abbracciare una serie di interlocutori aziendali, gli stakeholder. Correva il 1953 quando lo studioso statunitense Howard Bowen pubblicava il testo dal titolo “Social Responsibilities of the Businessman” all’interno del quale coniava il termineCorporate Social Responsibility” (CSR) o “Responsabilità Sociale d’Impresa” (RSI). Progressivamente la CSR ha assunto sempre maggiore importanza nella cultura d’impresa e la re-interpretazione da parte di Edward Freeman, considerato il ‘padre’ della “teoria degli stakeholder”, del concetto di CSR, definita dallo studioso come “Company Stakeholder Responsibility” ha aggiunto ulteriore linfa. Soffermandosi sul ruolo primario degli stakeholder, Freeman teorizza che un’organizzazione – una Company a tutto tondo e non più una Corporate – per essere realmente responsabile deve riuscire ad integrare ogni aspettativa dei diversi stakeholder che ruotano attorno ad essa.
Ho voluto operare questa breve digressione sulla nascita e sviluppo della CSR perché è proprio sul concetto di responsabilità “a tutto tondo” che Leonardo ha posto le fondamenta per dotarsi della Fondazione “Leonardo – Civiltà delle Macchine” che, come mission, intende “connettersi alla società civile”, promuovendo nei territori di riferimento la cultura industriale e d’impresa, valorizzando il patrimonio culturale e museale, diffondendo conoscenza. La Fondazione si pone come obiettivi il far percepire Leonardo quale pilastro del Sistema Paese, supportare la promozione di Leonardo quale asset e campione nazionale dell’innovazione tecnologica, e fare da cerniera tra Leonardo e il territorio, promuovendo dialogo e collaborazione con le comunità. I numeri di Leonardo, campione nazionale nel settore AD&S (Aerospazio, Difesa & Sicurezza) giustificano gli obiettivi evidenziati e il nostro impegno nel centrarli. Leonardo conta 30mila addetti in Italia (46mila nel mondo), 47mila occupati indiretti e 27mila occupati nell’indotto. Presenta 48 siti industriali nel nostro Paese, circa 4mila aziende suppliers sul territorio, e 100 euro di valore aggiunto di Leonardo generano 160 euro addizionali per l’economia italiana.
Ma senza la storia i numeri rimangono fredde cifre. Leonardo ha saputo intrecciare nel tempo, dalla sua nascita avvenuta nel lontano 1948 con il nome di Finmeccanica, il proprio destino con la storia industriale italiana, accompagnando la crescita del Paese e della sua industria e assumendo il ruolo di motore di modernizzazione del Paese. Leonardo, oggi, con il suo connotato di asset tecnologico nazionale del settore AD&S, è molto diversa dalla Finmeccanica del 1948. Eppure, ripercorrendo la nostra storia si trovano elementi di continuità da sottolineare. Innanzitutto, nel primo dopoguerra consolidare l’industria meccanica italiana, era considerato un modo di tutelare l’interesse nazionale; oggi, come allora, Leonardo è un presidio di competenze e di capacità tecnologiche determinanti per la tutela della nostra sovranità. Ma la dimostrazione più tangibile della logica di continuità la troviamo negli investimenti, ieri di Finmeccanica, oggi di Leonardo, nel settore della ricerca; negli anni Ottanta, per indicare dati maggiormente comparabili con l’attualità, Finmeccanica investiva in ricerca, stabilmente, ogni anno, oltre l’8% del proprio fatturato. Oggi Leonardo investe il 12% – pari a 1,4 miliardi di euro – dei propri ricavi in attività di Ricerca & Sviluppo (R&S).
In tale alveo, la nascita della Fondazione si colloca per approfondire i temi della modernità, e con essi confrontarsi. Favorire, per esempio, l’intreccio tra uomo e modernità tecnologica, portare avanti non la rivendicazione di primati, ma la consapevolezza della necessità del cambiamento. La cultura industriale è infatti cultura per eccellenza, che supera nei fatti prima che nelle idee, le separazioni tra diversi patrimoni intellettuali. Assumendo che una azienda sia un corpo sociale costituito da persone che vivono nella società moderna e con essa devono dialogare costantemente, allora si intuisce perché cultura scientifica e cultura umanistica possano e debbano intrecciarsi.
Conservare la tradizione e il patrimonio storico di una società, ma contemporaneamente renderlo accessibile a tutti, diffondendo la cultura d’impresa, significa tenere vivo un fuoco – diceva Gustav Mahler che “la tradizione non è culto delle ceneri, ma custodia del fuoco” – e metterlo a disposizione di una comunità. Una Fondazione ha questo obiettivo, ed esso diventa una esigenza ancora più stringente, se pensiamo al core business di un’azienda industriale e tecnologica come Leonardo – terza in Europa e quarta nel mondo tra le maggiori aziende che investono in Ricerca e Sviluppo nel settore AD&S – con oltre 9.000 addetti alle attività di R&S e di innovazione di prodotto. In un’epoca in cui l’alta tecnologia e la cultura scientifica occupano uno spazio sempre più centrale nelle nostre vite, non bisogna smarrire la dimensione artigianale, la cultura umanistica, la creazione artistica.
La Fondazione Leonardo, che si è dotata di un modello di governance caratterizzato dalla snella struttura organizzativa, e la sua Rivista ‘Civiltà delle Macchine’, che torna dopo quarant’anni dalla prima pubblicazione di Leonardo Sinisgalli, nascono con questa grande ambizione: creare un terreno di contaminazioni tra due culture apparentemente distanti, ma che insieme sono in grado di dare vita a un nuovo ‘umanesimo digitale’. L’impresa oggi non può non essere sinonimo di ‘cultura’ e grazie alle Fondazioni questo intreccio fecondo arriva fin nelle mani dei cittadini, primi fruitori e protagonisti di questo cambiamento.
Una grande azienda come Leonardo avrebbe potuto scegliere di sponsorizzare grandi e meritori eventi, di conquistare il pubblico con “testimonial” eccellenti, di presentarsi in società col vestito migliore che l’esibizione della propria forza economica e della propria progettualità avrebbero garantito. Ha fatto di più. Ha immaginato di raggiungere la società accettando quello che oggi appare fuori moda: l’intermediazione. Una grande impresa – e questo hanno fatto le grandi imprese mondiali – ha bisogno di cingersi di un’armatura, non per essere difesa dal mondo, ma per farsi leggere dal mondo, farsi toccare e vivere, alimentando continuamente quel concetto, vivo e attuale più che mai, di integrazione del complesso delle aspettative degli stakeholder di Freeman.