La fiducia che la magistratura deve riconquistare

La magistratura ha attraversato ed attraversa una stagione difficile, dopo la deflagrazione di scandali fin troppo noti che hanno indubbiamente scalfito financo la credibilità della maggiore istituzione dell’ordine giudiziario, il Consiglio Superiore della Magistratura; è una crisi percepita tanto in seno alla magistratura quanto nella pubblica opinione, a volte accompagnata da un naturale sconforto della stragrande maggioranza dei magistrati lontani dalle patologie disvelate, a volte da maliziosi atteggiamenti di redde rationem nei confronti dell’intera categoria da parte di chi appare insofferente al controllo di legalità.
Secondo una oramai diffusa opinione, logiche di gestione del potere hanno preso il sopravvento o, quantomeno, fortemente incrinato ed inquinato le funzioni di garanzia dell’indipendenza e dell’autonomia della magistratura assegnata al Consiglio Superiore dalla Costituzione.
Nonostante, a ben vedere, le vicende disciplinari e giudiziarie hanno fatto emergere l’agire di centri di poteri che non erano espressione delle correnti, ma di gruppi trasversali che agivano al di fuori dell’istituzione, con il contributo necessario e fondamentale di rappresentanti della politica che nulla avevano a che fare con il Consiglio, il mantra costante è oramai sostenere che l’annidarsi del male da estirpare sia individuabile nelle correnti interne all’Associazione Nazionale dei Magistrati.
Da questo (almeno in parte erroneo) presupposto, il proposito di escogitare un salvifico sistema elettorale che impedisca alle correnti di interferire, attraverso il controllo della scelta della componente togata, nella vita consiliare.
Sia chiaro: l’attuale legge elettorale (44/2002) che ha disciplinato il voto nelle ultime cinque consiliature, è una pessima legge che, nel declamato tentativo di ridurre la capacità e il potere delle correnti, ha creato un sistema con collegio unico nazionale, maggioritario ed uninominale, al contempo riducendo il numero di consiglieri; l’effetto paradossale, classico esempio di eterogenesi dei fini, è stato quello di accrescere il potere che si voleva ridurre, dando alle correnti più organizzate la possibilità di designare, sostanzialmente di nominare, ex ante rispetto alle elezioni, quelli che saranno gli eletti al Consiglio, mortificando l’effettivo potere di scelta dei magistrati elettori: proprio per l’elefantiasi dei collegi, con l’attuale sistema nessun magistrato, anche il migliore possibile, ha chances di essere eletto senza un gruppo di supporto, così come nessun gruppo che aspira ad ottenere rappresentanza può esimersi da “selezioni” preventive se non vuole elettoralmente soccombere.
Una normazione che, quindi, avendo dato pessima prova di sé, per errori di ideazione e per pratiche opinabili di cui l’intera magistratura ha, almeno in parte, fatto autocritica, andava assolutamente rivista, semmai il legislatore ha atteso colpevolmente troppo tempo per riformarla.
Deve allora accogliersi con favore quella parte del disegno di legge di fonte governativa, ora in fase di discussione parlamentare che, nell’ambito di una riforma dell’ordinamento giudiziario, è teso ad introdurre nuove norme, immediatamente precettive, in materia ordinamentale, organizzativa e disciplinare, di eleggibilità e ricollocamento in ruolo dei magistrati e di costituzione e funzionamento del Consiglio Superiore della Magistratura.
Nella parte relativa al Consiglio Superiore, esso incide non solo sulla composizione (numero dei componenti elettivi dagli attuali 24 a 30 complessivi, restituendo maggiore capacità di assolvere alle molteplici funzioni parcellizzate anche nei lavori delle singole commissioni), ma anche sulla sua organizzazione, prevedendo, tra l’altro, criteri tesi ad assicurare una maggiore specializzazione dei rispettivi componenti delle commissioni e l’incompatibilità, per i membri effettivi della sezione disciplinare a partecipare alle commissioni per il conferimento di incarichi direttivi e semidirettivi, valutazioni di professionalità ed in materia di incompatibilità nell’esercizio di funzioni giudiziarie; vengono inoltre introdotti nuovi criteri di selezione dei magistrati addetti alla segreteria e chiamati a collaborare con l’ufficio studi e documentazione.
Si tratta di ragionevoli correttivi, che indubbiamente hanno il merito di migliorare efficienza e trasparenza dei lavori del Consiglio.
L’intervento sicuramente più pregnante, su cui peraltro ancora pare incerto l’esito finale, attiene proprio al sistema elettorale; in pratica i magistrati eletti saranno scelti con un sistema misto a prevalenza maggioritaria.
In sintesi, per i componenti eletti dai magistrati si prevedono: a) un collegio unico nazionale per due componenti che esercitano funzioni di legittimità in Cassazione e Procura Generale, in cui vengono eletti col maggioritario i due candidati più votati, a qualunque genere appartengano; b) due macrocollegi territoriali binominali maggioritari per cinque magistrati che esercitano funzioni di Pubblico Ministero di merito e presso la Direzione Nazionale Antimafia, in ciascuno dei quali vengono eletti i due candidati più votati nonché il “miglior terzo”; c) quattro collegi territoriali binominali maggioritari per l’elezione di otto magistrati con funzioni di merito, in ciascuno dei quali vengono eletti i due candidati più votati ; d) un collegio unico nazionale, in cui vengono eletti cinque magistrati con funzioni di merito con ripartizione proporzionale dei seggi.
La proposta in discussione ha il pregio del realismo, rappresentando indubbiamente una ragionevole sintesi tra opposte opzioni caldeggiate da diverse forze politiche, con il chiaro e condivisibile intento di pervenire in tempi brevi, stante la scadenza temporale dell’attuale Consiglio, all’approvazione di una legge in tempo utile alla celebrazione delle imminenti elezioni.
Sotto diversa prospettiva, fuori dal ragionevole compromesso che ha comunque creato una “riserva” di proporzionale, riconoscendo quindi valore del pluralismo e della presenza in Consiglio di formazioni rimaste minoritarie, è l’opzione di fondo maggioritaria che pare inconferente rispetto al ruolo di garanzia del Consiglio. Contrariamente a quanto avviene per la politica in generale, non si pone alcuna esigenza di “governabilità”, valore aggiunto dei sistemi maggioritari che mirano ad assicurare tendenzialmente (anche se le vicende parlamentari degli ultimi anni dimostrano, semmai, il contrario) maggioranze stabili; semmai una maggiore frammentazione delle rappresentanze impedirebbe la formazione di blocchi stabili e quindi quegli accordi “preventivi” tra gruppi, che si dichiara apertamente di voler rendere difficoltosi.
Il passaggio parlamentare di questi giorni solleva, però, più di una preoccupazione.
Si invoca da più parti l’opzione del sorteggio, seppure evocato in funzione “temperata” per la selezione dei candidabili. Come censurato da illustri costituzionalisti, non solo tale opzione si porrebbe in palese contrasto con l’art. 104 della Costituzione – comprimendo l’elettorato passivo sulla base della sorte – ma rappresenta una impostazione che esprime avversione verso le competenze, delle quali nega ogni valore e ogni capacità selettiva, costituisce un’umiliazione alla capacità dei magistrati di scegliere i propri rappresentanti, ed avrebbe l’effetto di scalfire la rappresentatività del Consiglio, che non può essere ridotto a poco più di un ufficio del personale.
La magistratura è la prima a volere un Consiglio Superiore autorevole, come ha ricordato il Presidente Mattarella, per assicurarle la funzione che le è propria; l’autonomia e indipendenza della magistratura assicurata proprio dall’ordito normativo non è un privilegio di casta, è un presidio di libertà per tutti i cittadini, ed in questo lungimiranti furono i costituenti.
La fiducia che la magistratura deve riconquistare, in modo particolare in questi tempi così difficili, è un ingrediente indispensabile per la tenuta sociale del Paese.
Io mi auguro, e voglio pensare che sia così, come la magistratura voglia e riesca a rafforzare una cultura della giurisdizione anche nel suo più alto consesso quale il CSM, la politica voglia e riesca a riaffermare una cultura della corretta separazione dei poteri.
Quando, in un paese democratico, una istituzione è in difficoltà, le altre – quelle che fanno capo alla politica – sono chiamate a contribuire all’eliminazione delle cause di questa crisi, non a cogliere l’occasione per far arretrare gli spazi di legalità.
Se questo è lo spirito riformatore, e non può essere che questo, richiamando ancora le parole del Presidente Mattarella, la magistratura è pronta a fare la sua parte.
Eleggere un nuovo CSM al fine di completare un lavoro faticoso già avviato, di riedificazione etica e di riforme di regole interne che rendano sempre più il Consiglio una “casa di vetro”.