La Commissione rinvia, per ora, la procedura: il governo giallo-verde graziato per l’atteggiamento passivo nelle nomine europee?

La Commissione Europea ha graziato il Governo giallo-verde e ha rinunciato, almeno per ora, fino alla prossima Legge di Bilancio, ad aprire una procedura d’infrazione per debito eccessivo contro il nostro Paese. I commissari europei hanno ritenuto, infatti, sufficiente la correzione dei conti per il 2019 fatta dal Tesoro di 7,6 miliardi di euro, grazie al congelamento di 1,5 miliardi di euro per le spese relative alle due misure bandiera del Governo, quota 100 e reddito di cittadinanza. Una misura che è frutto di un vero e proprio diktat di Bruxelles fatto al ministro dell’Economia Giovanni Tria negli ultimi vertici europei.
Probabile che nella decisione abbia anche pesato l’atteggiamento del tutto passivo tenuto dall’Italia sulla questione delle nomine comunitarie, con nessun nome italiano sponsorizzato dal presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
Una subalternità allo strapotere dell’asse franco-tedesco (alla faccia del sovranismo) che si è ripreso in mano l’Europa, asse che ha teso un tranello ai partiti sovranisti, avendo già pronto un piano B, che forse era il vero e proprio piano A, con la tedesca Ursula Von der Leyen candidata alla guida della Commissione Europea e la francese Christine Lagarde alla guida della Banca Centrale Europea, e che evidentemente ha fatto raggiungere a Conte il suo misero obiettivo di ottenere un piccolo sconto sulla manovra correttiva, mentre Francia e Germania si sono spartite l’Europa.
Eppure, la partita non è finita qui, dal momento che quasi nulla è dato sapere sugli impegni presi dall’Italia per il 2020 (se si esclude l’impegno formale, messo per iscritto, di tagliare ulteriormente la dotazione del fondo per il welfare e le tax expenditures), per la quale è pronta una manovra monstre da 40-50 miliardi di euro, sommando le risorse necessarie per smantellare le clausole di salvaguardia sull’Iva (23 miliardi), la flat tax (10-15 miliardi) e altre misure annunciate. Ma questa, in realtà, solo la solita propaganda di questo Governo, sempre pronto a fare proclami e inveire contro le istituzioni europee, salvo poi abiurare a tutto non appena si avvicinano le scadenze di bilancio e l’Europa minaccia azioni di rappresaglia.
La miglior dimostrazione che non serve formalizzare la procedura d’infrazione per commissariare il nostro Paese: de facto, il commissariamento, ovvero la perdita di sovranità decisionale sui temi economici, è già in atto. Anche i saldi della prossima manovra finanziaria verranno decisi a Bruxelles, non a Roma.
L’Italia di Conte-Salvini-Di Maio, quindi, porta a casa una tregua temporanea con le istituzioni europee, ma le stesse rimarranno a vigilare attentamente sulle prossime mosse di questo Governo che, optando per una scellerata politica economica tutta orientata all’assistenzialismo e non agli investimenti e alla riduzione della pressione fiscale, si è reso irrilevante e marginale nei contesti internazionali, caratteristiche non proprie di un Paese tra i fondatori dell’Unione. La questione delle nomine europee, infatti, si è conclusa in un autentico disastro strategico per l’Italia, compiuto dal Presidente del Consiglio Giuseppe Conte che si è rivelato un incapace stratega quando ci sono da giocare le partite che contano.
La vittoria italiana sul fronte dei conti pubblici è solo l’ennesima vittoria di Pirro di un Governo impotente nel fronteggiare le grandi sfide economiche, prima che politiche, del nostro Paese, a livello europeo ed internazionale.