Italia 2020: una prospettiva politica a dir poco incerta

Ci troviamo di fronte ad un momento di instabilità preoccupante, forse come non mai, se consideriamo le attuali complessità e, conseguentemente, è piuttosto arduo poter interpretare ciò che accadrà. Si è sempre usato definire, pensando ad alcuni frangenti di tavole rotonde o discussioni, il dibattito politico come “il teatrino della politica”, perché nella storia probabilmente vi è sempre stata una parte di “teatrino”. Il dramma odierno è che si assiste quotidianamente esclusivamente a questo. È impietoso e frustrante assistere ogni giorno a dibattiti tra leader di partito o esponenti governativi o dell’opposizione incapaci di dialogare, o semplicemente strumentalmente non desiderosi di farlo, su qualsiasi tema. Inefficaci nell’individuare soluzioni per il bene del Paese in modo costruttivo, si limitano ad un’aggressione costante nei confronti dei propri avversari e ad una continua esaltazione ed apologia di se stessi o del proprio partito. Stupefacente ed ancor più avvilente è che l’aggressione avvenga anche e soprattutto verso esponenti che fino a qualche mese prima (e non anni o decenni) venivano encomiati. È oramai una corsa sfrenata a chi maggiormente presenzia i social media, a chi compare di più, a chi denigra prima l’altro, si è condizionati totalmente da questa bagarre social fasulla e priva di approfondimenti reali sui temi. Tutto ciò è seriamente destabilizzante. Di conseguenza, la perdita di credibilità della politica sull’economia e sulla piccola, media e grande impresa che sostengono lavoro e Paese è arrivata ad un punto di difficile ritorno e ha determinato una situazione in cui sono la finanza, l’economia e l’impresa a dettare le regole. Anche se, al contempo, queste ultime avrebbero bisogno di una politica forte, con delle linee precise che le sostiene e che sostenga il sistema Paese. In questo contesto, sempre più determinante poi il peso assunto dalla magistratura (Ilva docet).
Da un punto di vista strettamente politico, da una parte ci troviamo di fronte ad una coalizione di governo anomala, nata in fretta e furia in emergenza la scorsa estate, determinata a mantenere ben consolidata l’intesa e che, in gran parte della stessa coalizione, si pone l’obiettivo di potersi presentare a future elezioni nella composizione partitica dell’attuale esecutivo per provare a sconfiggere il centro-destra a trazione Lega. Non possiamo ignorare che all’interno della stessa compagine di governo vi siano attriti e fortissimi disagi interni con più componenti che puntualizzano sistematicamente sulle diversità ed incompatibilità evidenti tra i 2 maggiori partiti di governo che sino a pochi mesi fa si combattevano in parlamento senza mezze misure. Mai come prima si è arrivati al concepimento di un’intesa di governo anomala di questo tipo, che può esser definita ad esclusione, ovverosia derivante da una mancanza d’alternativa appropriata in quel preciso istante di crisi di governo e nel solo intento di un mantenimento del seggio in parlamento o di un ruolo governativo nel tentare di contrastare l’ascesa salviniana con il significativo contributo e supporto numerico della Meloni e dei residui di Forza Italia. Il PD nell’era Zingaretti prova dunque a ricostruire un’area progressista anti-Salvini-Meloni cercando di inglobare i 5S in un ipotetico percorso ricco di insidie e trabocchetti. È chiaro che all’interno dei 5Stelle, dove Di Maio ha appena ceduto la leadership a ulteriore conferma dell’humus instabile del momento, gli elementi più radicali, ribelli e anti-sistema faticano, per usare un eufemismo, a non manifestare quotidianamente il proprio dissenso, talvolta anche obbligati a farlo, per esser coerenti con quello che pronunciavano solo qualche mese addietro sugli attuali colleghi di governo. Per non parlare di ciò che proclamavano con assertività sullo stesso Renzi che, seppur uscito ufficialmente dal governo, ha avuto ruolo primario e fondamentale sul lanciarlo e mantiene, peraltro, tanti uomini tra i più fedeli in incarichi di governo se pur indossando altra veste. Senza contare, altresì, i numerosi fronti decisionali governativi su questioni molto delicate dove si fatica a pervenire ad un accordo, dalle concessioni autostradali, alla riforma della prescrizione ed alle continue riserve sul MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) da parte dei 5Stelle.
Opinabile come si sia arrivati a portare a termine la legge di bilancio, la ripresa della crescita e degli investimenti è traguardo ancora lontano, mentre qualche passo in avanti si è registrato sul taglio del cuneo fiscale e su quello delle agevolazioni familiari e sanitarie. I percorsi delle principali forze di governo sono troppo distanti, a volte in pura dicotomia, sempre indirizzati a meri fini elettorali e non ad una reale manovra congiunta che porti ad una vera ripresa del Paese.
Tali criticità solo accennate ci portano ad avere perplessità sulla concreta possibilità per il Conte II di arrivare alla conclusione naturale della legislatura nel 2023 senza dimenticare che, ancor prima, il parlamento avrà l’importante scadenza dell’elezione del successore di Mattarella alla Presidenza della Repubblica nel febbraio 2022, Presidente che riveste concretamente negli ultimi settennati, più che in passato, la figura di garante non solo della Costituzione.
Sul movimento delle Sardine non sussistono elementi sufficienti ad oggi per esporsi in una valutazione approfondita ma, ad un primo sguardo, somiglia molto alla prima fase 5Stelle con un Grillo in meno, almeno apparentemente. Il timore è sempre che possa essere una corrente transitoria quella che trascina le Sardine, di passaggio, di protesta (seppur più moderata e tesa a maggiori convergenze e mediazioni rispetto ai 5S più radicali), priva però di basi consolidate e collaudate. Non potremmo permettercelo in una fase così delicata. Anche nella presentazione dello stesso movimento si hanno delle similitudini con gli albori dei 5S per come viene comunicato e strumentalizzato dai media. Indipendentemente da ciò che sarà, dalla eventuale metamorfosi o evoluzione, va sicuramente dato loro atto di aver rivitalizzato le piazze e rianimato il dibattito.
Abbiamo appena passato le tanto attese elezioni in Emilia Romagna e in Calabria a cui si dava giustamente una forte rilevanza politica sia per la situazione analizzata in sintesi, sia per gli scossoni verificatisi negli ultimi mesi (Europee e Umbria) e ultimi anni a pochissima distanza di tempo, tra una consultazione elettorale e l’altra, con dimezzamenti e raddoppiamenti di consensi per alcuni dei principali partiti. Scadenza elettorale che era destinata a poter incidere concretamente sulla tenuta della maggioranza parlamentare e che avrebbe potuto portare a nuove crisi ed anche alla necessità di tornare al voto. Il risultato ha portato ad un sostanziale pareggio, sommando le 2 regioni, tra le due maggiori forze del Paese con una netta vittoria del centro-destra in Calabria come ampiamente previsto ed un successo del PD in Emilia Romagna in una competizione sicuramente più equilibrata rispetto al passato nella stessa regione. Il vero dato significativo è stato l’ulteriore crollo dei 5S in entrambe le regioni, in Calabria un tracollo totale, ma il dato complessivo porta a scongiurare il rischio di nuove elezioni, perlomeno nel breve periodo. Con tutto ciò, ci chiediamo ora riflettendo, ma il voto sarebbe un bene per il Paese? A voi la risposta; io non so più valutarlo. Ciò che posso affermare, senza alcun timore di esser smentito da qualsiasi cittadino o parte politica, è che un male per il Paese sia cambiare coalizione di governo (o premier) 7 volte in 8 anni, esattamente come accaduto in Italia dall’agosto 2011 (gli ultimi mesi con Berlusconi premier) all’agosto 2019 (Conte II). Sette cambi di coalizione di governo (o premier) e non solo di “governo”, ma addirittura di “coalizione”, con avvicendamenti di partiti all’interno della stessa che hanno portato a linee diverse, discontinuità parziale o totale, che non possono che esser stati dannosi per il nostro Bel Paese.
In conclusione, la necessità che il Paese trovi stabilità e solida continuità governativa è la priorità assoluta, al fine di promuovere e favorire una crescita vera, che porti alla creazione di posti di lavoro per i nostri giovani ed una prospettiva professionale adeguata che oggi è alquanto nebbiosa.