Intervista a Nicola Zingaretti

Intervista a Nicola Zingaretti, Presidente della Regione Lazio e Segretario del Partito Democratico

Più Europa, o meno Europa?
Oggi scontiamo le debolezze di un modello di integrazione che è figlio delle scelte delle destre europee: il no alla Costituzione Europea, lo spostamento del baricentro delle decisioni dalla Commissione Europea al Consiglio Europeo. Il risultato è un’Europa immobile, incapace di offrire protezione di fronte agli effetti dirompenti di molti cambiamenti in atto. Facciamo un confronto: in Usa oggi si investono circa 450 miliardi di euro in ricerca e sviluppo, in Cina circa 410 miliardi di euro, in Italia 26,5 miliardi di euro. È chiaro che se non costruiamo in fretta un attore politico continentale in grado di pesare nel mondo e di affrontare le sfide del presente i singoli paesi saranno sempre più deboli e subalterni alle grandi potenze e ai giganti dell’economia mondiale.

L’esito del referendum sulla Brexit, ed il conseguente caos che ha portato in Gran Bretagna e non solo, potrebbe essere un elemento per dire più Europa
Mi auguro che in Gran Bretagna si riescano a trovare presto soluzioni per uscire da una situazione che non fa bene a un Paese che resterà comunque importante per l’Europa e per l’economia mondiale. In questi mesi ha mostrato tutti i suoi limiti l’idea che ha innescato la Brexit: l’illusione che la soluzione ai problemi di oggi stia nel tornare indietro rispetto ai processi della storia. Il populismo-nazionalismo è soprattutto questo, una forma di innovazione regressiva che non dà alcuna risposta concreta alle persone. L’Europa può sconfiggere questa illusione se scommette sul progresso, autentico, largo partecipato.

I vincoli, per lo più economici, imposti dall’Unione Europea, secondo alcuni aumentano l’austerity e non favoriscono la crescita. Di contro, altri sostengono che il loro rispetto garantisce all’Italia spread contenuto e stabilità economica
Sfasciare i conti pubblici per misure che non hanno alcun impatto positivo sul lavoro e sulla crescita, come fa il Governo di Salvini e Di Maio, fa male all’Italia e serve solo a dare argomenti a chi vuole prolungare all’infinito la stagione dell’austerità. Ma le regole da sole non bastano a produrre crescita: l’austerità ha frenato l’uscita dalla crisi del 2008 e ha ridotto il potenziale produttivo dell’economia europea. Il Pd, in questi anni, si è battuto in Europa per una flessibilità messa al servizio della crescita. Ora serve molto di più: dare vita a un vero governo economico europeo, capace di sostenere il lavoro e lo sviluppo e di correggere gli squilibri sociali che attraversano l’Europa.

L’Europa dei burocrati, o l’Europa dei popoli? Comunque un’Europa diversa?
La nostra idea è quella di un’Europa delle persone, che diventi lo strumento che i cittadini hanno in mano per difendersi dalla violenza della globalizzazione e per costruire il proprio futuro. Un’Europa capace di rimettere al centro la crescita, di puntare sulla sostenibilità ambientale e sociale come pilastro un nuovo modello di sviluppo più forte perché più vicino alle esigenze delle persone e dell’ambiente in cui viviamo, di avere la forza di un attore politico internazionale che lavora per la pace e la sicurezza. Su questi valori e queste idee può nascere un nuovo patriottismo europeo, più forte delle illusioni dei nazionalisti.

Si può dire che i rapporti di forza all’interno dell’Unione Europea sono sbilanciati con una Germania egemone, una Francia alla quale tutto o quasi è concesso, mentre l’Italia resta l’osservata speciale
Osserviamo la situazione attuale: Francia e Germania ridanno impulso al motore franco-tedesco dell’Europa anche grazie al nuovo Trattato di Aquisgrana, che ha reso ancora più solide le loro relazioni. Il nostro Governo, intanto, tiene bloccato il progetto di un Trattato analogo con la Francia, fa di tutto per rimanere isolato nell’Ue, fino al punto di non essere neanche invitato a vertici importanti. Ma l’Italia può fare la differenza in Europa: molte idee delle quali oggi si discute per il futuro dell’Unione sono temi sui quali il nostro Paese ha sempre richiamato l’attenzione: democrazia, coesione sociale, sviluppo. C’è un grande spazio per l’Italia in Europa. Ma dobbiamo recuperare credibilità, e lavorare fianco a fianco con la Germania e la Francia. Per questo serve subito un’alternativa al nazionalismo vittimistico di questo Governo.

Per l’Italia sono solo elezioni europee, o anche politiche, quale primo test del governo 5 stelle – Lega dopo un anno di vita?
Quello che sta emergendo ogni giorno con più chiarezza è che questo governo si regge solo su un patto di potere che sta producendo enormi danni: Salvini e Di Maio tengono l’Italia in ostaggio con un teatrino quotidiano di finti litigi. Intanto però i numeri raccontano di un Paese in grave difficoltà. Siamo gli ultimi in Europa per crescita, crolla la fiducia dei consumatori, degli imprenditori, degli investitori, cala la produzione industriale, aumenta la cassaintegrazione, +25%. I danni di questa paralisi li pagano gli italiani. Le elezioni del 26 saranno l’occasione per affermare una nuova Europa, ma anche per iniziare a costruire in Italia un’alternativa credibile al governo del fallimento.

Con il sistema proporzionale di voto, si contano le forze in campo. Chi è in crescita nei sondaggi rischia e teme di non crescere abbastanza per concretizzare cambiamenti e nuove alleanze. Chi è in calo ha già fissato soglie di salvaguardia / successo del proprio movimento, per mantenere lo status quo delle alleanze. Gli altri partiti galleggiano. Il quadro politico nazionale rimarrà immutato nel post elezioni?
Il quadro politico è destinato a cambiare velocemente, non tanto perché si sono rovesciati i rapporti tra le due forze di maggioranza, che è la causa principale dei litigi che vediamo ogni giorno, ma perché al di là dei numeri, dopo le Europee emergerà sempre con più forza la realtà che oggi Salvini e Di Maio nascondono con le loro scaramucce e provocazioni quotidiane. E cioè che M5S e Lega sono responsabili di una crisi gravissima. Lo ha spiegato chiaramente il ministro Tria: per porre rimedio ai propri errori il governo dovrà aumentare l’Iva, oppure dovrà effettuare tagli per decine di miliardi sui servizi. In questo scenario di fragilità, il Partito Democratico si presenta più forte, con sondaggi in crescita, con una lista unitaria che litiga meno e ha programmi e contenuti chiari da proporre alle persone. Le elezioni europee dimostreranno che il Pd è l’unica opzione credibile per voltare pagina.

Tre cose da cambiare e tre cose da difendere nell’attuale, complesso sistema di regole dell’Unione Europea
Innanzitutto, serve un vero bilancio comune dell’eurozona, per sostenere il lavoro e gli investimenti nei paesi in recessione, con strumenti come un’indennità europea di disoccupazione, una delle nostre proposte. Quindi stop alla concorrenza fiscale sleale tra Stati, con l’introduzione dell’aliquota minima al 18% per le imprese, tassando i profitti delle grandi multinazionali dove sono effettivamente realizzati. Il Pd si batte inoltre per un’Europa più coesa e più democratica. Il Parlamento, che rappresenta direttamente i cittadini dell’Unione, e il Consiglio, che rappresenta gli Stati, devono essere sullo stesso piano. Per quanto riguarda l’eredità da difendere, parlerei di tre risultati che in futuro dovremo consolidare: dobbiamo essere orgogliosi del ruolo svolto dall’Unione Europea per arrivare agli accordi di Parigi sul clima. Ora bisogna fare di più: l’Ue deve trainare il mondo nella sfida di un nuovo modello di sviluppo basato sulla sostenibilità. Poi la direttiva sul copyright, che finalmente tutela chi produce contenuti culturali e creativi. Infine, la decisione storica dell’Europa di destinare alle aree interne il 5% delle risorse nella prossima programmazione comunitaria.

Il rapporto deficit/PIL e il tetto del 3% è ancora attuale? Guy Abeille, funzionario francese generalmente riconosciuto come il padre del 3%, in una sua pubblicazione ha ammesso che la regola del 3% è nata senza alcuna riflessione teorica
Si è molto parlato di quelle dichiarazioni, personalmente non credo che scelte così importanti siano state prese nel modo in cui vengono spesso raccontate dai populisti e dai nazionalisti, con una narrazione che punta a togliere legittimità all’Europa e indicare capri espiatori.  Le regole disegnate in un periodo storico diverso da quello che viviamo oggi possono mostrare limiti oggettivi, ma oggi la sfida cruciale è quella per costruire una maggiore sovranità politica ed economica dell’Europa. La responsabilità di bilancio e la crescita economica non devono escludersi a vicenda. Possono e devono tenersi insieme, all’interno di un’Europa più coesa e più forte.

Proposte in sede europea per aiutare il made in Italy?
Penso soprattutto a due grandi missioni. Per un’agricoltura competitiva e sostenibile vogliamo un bilancio europeo pari almeno a quello attuale. Bisogna favorire la qualità, la biodiversità e sostenere le piccole imprese per valorizzare e tutelare i nostri produttori e consumatori e le tipicità dei territori. Un’altra grande eccellenza del Made in Italy è quella legata al design e alla sostenibilità: ormai il requisito dell’elevata qualità ecologica dei prodotti, dei beni e dei servizi, e dei processi produttivi è indispensabile per competere oggi tanto sul mercato interno quanto su quelli esteri. Su questo noi italiani siamo tra i primi al mondo. Il Made in Italy di successo è inscindibilmente legato a qualità e bellezza, che non sono oggi credibili senza un’elevata qualità ecologica. Per questo vogliamo supportare anche attraverso l’utilizzo delle risorse comunitarie l’adozione di processi produttivi e prodotti sempre più green, l’abbattimento delle emissioni di gas serra e l’uso efficiente e circolare delle risorse formando competenze adeguate, con adeguato impegno nella ricerca e nella diffusione dell’innovazione.