Interesse nazionale, questo sconosciuto

Il Covid-19 è un acceleratore inatteso di processi di trasformazione economica e politica. Ha reso tutto più urgente. Davanti a questo tornante della storia, l’Italia deve capire in tempi stretti il ruolo che vuole giocare nelle nuove dinamiche globali ed essere più consapevole delle minacce che incombono e delle sfide che ci attendono: dalla demografia alla finanza, dall’energia alle nuove reti infrastrutturali, dalla politica estera all’occupazione.
La stessa sopravvivenza del vascello Italia nella burrasca che stiamo attraversando, passa dalla necessità di fare “sistema” a protezione del “Made in Italy”, se non vogliamo diventare solo il giardino dei nuovi ricchi d’Oriente. Insieme allo “scudo” del golden power serve un “fondo sovrano” e una nuova mission per Cdp, per difendere il nostro patrimonio dalle nuove forme di “colonizzazione predatoria” da parte di attori ostili. È necessario ripristinare le filiere produttive favorendo il reshoring, e nel contempo preservare gli asset strategici e il sistema manifatturiero.
A questo fine, va tutelata l’italianità del sistema finanziario e assicurativo nel momento in cui deve garantire il flusso creditizio alle imprese e la stabilità finanziaria del Paese. Una nuova politica produttiva è tra l’altro la migliore prevenzione per sconfiggere il virus del “sussidio perenne”, malattia infantile del populismo. Certo, non può sfuggire a nessuno quanto sia tornato ad essere necessario l’intervento dello Stato per limitare il divario tra le regioni del Paese e per garantire un “reddito minimo vitale” ai nuovi poveri della nostra Italia, sempre più giovani. Uno Stato che necessita per giunta di una vera fase costituente, cominciando dal differenziare i ruoli tra le due Camere, anche per rendere più facile e immediato il mandato di governo. Altro tema prioritario è quello dell’introduzione di una clausola di “supremazia nazionale” come nuovo essenziale criterio solidale nel rapporto tra Stato e Regioni, e anche nei confronti della legislazione europea, sulla base del modello tedesco.
Un capitolo a parte merita la politica internazionale. Noi siamo italiani e quindi europei, siamo europei e quindi occidentali. Ripartiamo dalla nostra identità. La nuova fase è segnata dal declino delle organizzazioni internazionali e del multilateralismo. È evidente il declino dell’Onu e delle sue articolazioni, della Fao e dell’Oms. È acclarata la paralisi del Wto, il cui round negoziale iniziato nel 2001 ha acuito i contrasti invece che sanarli. Può ritrovare uno spazio solo se raccoglie l’indicazione del presidente Usa sul commercio “equo” e non solo “libero”. In caso contrario, prevarranno le economie sussidiate e guidate dagli Stati autoritari e la loro “concorrenza sleale”. Ancora più evidente è il declino dell’Unione europea e della Nato, con la destrutturazione di ogni alleanza, basti pensare al ruolo destabilizzatore della Turchia.
L’Italia oggi è contesa, perché è terra di “confine” e “ponte” tra mondi diversi e purtroppo spesso contrapposti. Tra il continente più anziano, l’Europa, e quello più giovane, l’Africa; tra il Nord ricco e il Sud povero, con tutte le conseguenze in termini di flussi migratori. A ciò si aggiunge il confine religioso, segnato dall’espansione del fondamentalismo islamico, attraverso i Balcani e il Mediterraneo. Tutte le aree di prioritario interesse strategico italiano sono minacciate o conquistate da nuovi imperi regionali. Quanto sta accadendo in Libia si rivela come la peggiore sconfitta dell’Italia Repubblicana.
Il Mediterraneo è di nuovo centrale nello scacchiere mondiale e i nostri porti sono ambiti da vecchi e nuovi attori globali. Qual è la nostra postura in questa fase cruciale? Al di là dei governi che si succedono alla guida del Paese, l’Italia deve comprendere il ruolo che intende assumere, “ponte” naturale nel Mediterraneo tra il Mare Nostrum e l’Oceano Atlantico. Per posizione geografica, siamo il punto di approdo delle grandi rotte energetiche e di quelle migratorie, delle rotte commerciali e di quelle turistiche, delle infrastrutture materiali e di quelle immateriali. Siamo al confine, e come altre volte nella storia, rischiamo di diventare “vittime” degli uni e degli altri. Ma quando si è contesi, si ha anche un vantaggio competitivo. Se prevarranno gli interessi generali e saremo in grado di definirli e di difenderli dimostrando coesione e capacità strategica, l’Italia potrà far valere la propria unicità in questo momento storico. Certo, consapevoli dei nostri punti di forza e di debolezza. Superando gli steccati interni e guidati da un sano “patriottismo italiano”, quindi europeo e occidentale.