Imposta patrimoniale mai

Echeggia, dall’interno della compagine governativa e di alcune parti sociali, la voce che la pandemia con tutte le sue drammatiche conseguenze sul tessuto economico nazionale, consigli, anzi consenta, l’adozione di misure drastiche ed eccezionali, fra queste l’introduzione di un’imposta patrimoniale.
Si vocifera di blitz sui conti bancari alleggeriti dal fisco (governo Amato 1992, docet), di un’aliquota fissa sui patrimoni immobiliari, o di un acquisto coatto di titoli di Stato commisurato al reddito dichiarato dai singoli contribuenti.
Daniel Stelter in un suo articolo pubblicato su Manager Magazine, mensile tedesco di economia, ha ipotizzato una (discutibile) patrimoniale del 14% sulla ricchezza degli italiani, quale cura a tutti i mali finanziari e di indebitamento del nostro Paese.
Il presupposto muove dall’essere la nostra ricchezza alquanto cospicua, per cui utilizzabile, quale emblematico e sostanziale sacrificio collettivo, per una ponderosa iniezione di liquidità nelle casse dello Stato.
La Banca d’Italia ci fornisce alcune indicazioni, sottolineando come nel 2018 la ricchezza degli italiani sia risultata superiore ai 10 mila milioni di euro, per cui saremmo anche più ricchi dei tedeschi. Tuttavia, analizzando il dato, il 60% di questa ricchezza è costituita da immobili (prima casa, o case di proprietà, altri immobili ad uso abitativo o commerciale, terreni), ovvero da assets di difficile monetizzazione, mentre il restante 40% è formato da depositi bancari o postali, polizze assicurative, fondi pensione, contanti. Gli italiani non sono notoriamente inclini al rischio quando si parla dell’allocazione delle risorse finanziarie, ma proprio la loro innata propensione al risparmio gli ha consentito di superare momenti difficili, come la crisi economica del 2008.
La ricchezza degli italiani va difesa e tutelata.
Non si può chiedere ad un popolo formica di cambiare la propria natura, perché la cicala non è stata in grado di amministrare al meglio i propri beni accumulando debiti.
Facciamo parte di un contesto europeo che, piaccia o meno, unisce nel presupposto della condivisione di obiettivi, come: “favorire lo sviluppo sostenibile basato su una crescita economica equilibrata (…) rafforzare la coesione economica e territoriale e la solidarietà fra gli Stati membri”.
È quindi ora che l’Europa Unita faccia la sua parte, intervenendo in maniera tempestiva con massicce iniezioni di liquidità sia a titolo di finanziamento, sia a fondo perduto, per salvaguardare aziende e forza lavoro in questo drammatico momento che interessa indistintamente tutti i Paesi membri e avrà ripercussioni pesanti negli anni a venire.
Si parla di rapida potenza di fuoco e invece si procede passo passo, ritardando l’adozione di misure straordinarie, in attesa di definirne i tecnicismi (SURE, MES, Recovery Fund, Coronabond, ecc.), o piuttosto solo per contemperare gli interessi diversi dei singoli Paesi, ancora una volta in conflitto. Le imprese combattono con mancati introiti, surplus di magazzino, affitti da onorare, utenze e leasing che corrono, dipendenti, consulenti, collaboratori da pagare, finanche imposte da versare. Il credito di 25 mila euro doveva essere quasi automatico: si presenta l’istanza e si riceve l’accredito sul c/corrente. Ma così non è stato: si moltiplicano infatti le istruttorie bancarie per la concessione dei finanziamenti, causate anche dai comprensibili timori dei funzionari di banca per eventuali, proprie responsabilità nel caso di fallimento delle società finanziate e la possibile contestazione di bancarotta preferenziale.
Ci sono imprese e attività commerciali, che dopo 2, 3 mesi di chiusura forzata probabilmente non apriranno più. Con il distanziamento sociale i guadagni saranno dimezzati, mentre i costi rimarranno invariati.
Lo slogan nessuno verrà licenziato è chiaramente un falso. Se si procede con tanta lentezza ad immissioni di liquidità, tra pochi mesi molte imprese/settori saranno morti (ristorazione, moda, organizzazione di eventi, ecc.) e migliaia di posti saltati. Se l’Italia arriverà a perdere il 15% del PIL, come stimato dal recente Rapporto UNICREDIT, oppure il 9% secondo il Fondo Monetario Internazionale, di certo il gap non si recupererà in 2, 3 anni. Ci sarà una generazione che vivrà una crisi profonda. E l’Unione Europea, in tutto questo, dov’è? Siamo a maggio, son passati 2 mesi dall’acclarato coronavirus e non è arrivato alcun contributo. Si cambino al più presto le regole dell’UE e si abbia una Banca Centrale Europea non soltanto intenta al controllo dell’inflazione. Il problema virus è di tutti e le istituzioni internazionali devono concorrere solidalmente per superarlo, ma sembra che alcune non se ne rendano conto, relegando la drammaticità delle conseguenze economiche ai soli paesi europei finanziariamente più deboli.