Il valore dei big data nella finanza pubblica

A immaginarli i Big Data dovremmo pensare, più che ad un bacino in cui è raccolta una massa enorme di entità statiche, a un grande flusso di informazioni, una sorta di fiume cibernetico in piena alimentato dalle tante piccoli fonti dei nostri devices. Il valore è generato da chi riesce a incanalare queste informazioni e a sfruttarle al meglio.
Questa sensazione di intangibilità dei dati si perde infatti quando si traduce in moneta sonante. Il solo mercato italiano dei Big Data Analytics, ovvero l’analisi dei dati per ottenerne informazioni destinate al mercato, nel 2019 ha toccato il valore mai raggiunto prima di 1,7 miliardi di euro, rispetto ai 790 milioni di euro del 2015. Sempre per intenderci su quanto valiamo, nel 2016 la Commissione stimava che il 2020 sarebbe stato l’anno in cui i dati personali dei cittadini europei avrebbero toccato quota 1 000 miliardi di euro l’anno. Ed ancora, in epoca di pandemia le notizie sensibili private valgono 134 euro l’una.
Tutte le volte che ci affacciamo ad uno schermo generiamo un valore inimmaginabile di cui, però, non siamo né i proprietari, né i gestori.
Lo spartiacque è tra la tutela dei diritti fondamentali della persona, della proprietà privata di questi dati e uno sfruttamento equo del loro intimo valore. A questo, anche se un po’ in ritardo, ha provato a metterci mano l’Unione Europea. Assieme alle normative sulla privacy e lo sfruttamento dei Big Data, la proposta più rumorosa e dibattuta è certamente quella della web tax, un’imposizione fiscale a misura di multinazionale del digitale che abbia un fatturato globale annuo superiore ai 750 milioni di euro.
L’idea è quella di imbrigliare tutte quelle piattaforme che si arricchiscono con i dati dei cittadini europei ma hanno una fiscalità extra-europea, unita all’intento (un po’ meno nobile) di gonfiare le casse delle istituzioni UE.
Tutto facile? Non proprio. I commissari Paolo Gentiloni e Valdis Dombrovskis devono passare da due accordi complicatissimi, il primo all’interno dell’Ocse e del G20 con Stati Uniti e Cina, patrie e padroni dei principali giganti del web, il secondo con Irlanda, Olanda e altri, che con la tassazione sul digitale stanno già incassando. L’interesse pubblico sui Big Data è quindi esagerato?
La mia proposta tenta di andare oltre, verso la valorizzazione e la rendicontazione all’interno nei bilanci pubblici dell’Unione Europea e degli Stati membri del valore economico dei dati digitali prodotti dai cittadini europei.
Come scrive il Prof. Caputi nel suo recente report per il Parlamento Europeo: “la dimensione nella quale può trovare espressione questa manifestazione di valore, nelle forme tipiche delle modalità di formazione dei bilanci pubblici, sembra essere quella dell’inclusione di tali beni nella formazione dell’aggregato che esprime la ricchezza di una comunità.”
Spogliato il “valore della comunità” di ogni romanticismo ci troviamo lo stesso un valore prodotto dai dati digitali misurabili in termini di PIL. Sì, perché il PIL è tipicamente determinato da un processo di scambio e, in questo senso, non c’è differenza rispetto a come viene determinato il valore dei Big Data prodotti dai cittadini.
La comunicazione della Commissione UE del 19.2.2020 (per uno scherzo del destino agli albori della crisi Covid!) delinea nettamente lo scenario “i dati ridefiniranno il nostro modo di produrre consumare e vivere, generando benefici percepibili in ogni singolo aspetto della nostra vita: da un consumo energetico più consapevole alla tracciabilità dei prodotti, dei materiali e degli alimenti, da una vita più sana a una migliore assistenza sanitaria.”
E ancora: “i dati sono la linfa vitale dello sviluppo economico” in coerenza con quanto affermato nel 2016 in materia di pratiche commerciali sleali dalla Commissione Europea, secondo cui “i dati personali, le preferenze dei consumatori e altri contenuti generati dagli utenti hanno un valore economico de facto.”
Oramai i dati digitali ottenuti dalle scelte private dei cittadini orientano le scelte delle aziende che operano sul mercato. Per questo motivo moltissime imprese, PMI comprese, si dotano di figure professionali che leggono cosa dicono i miliardi di click degli utenti sulla rete e trovare il tesoro a cui porta questa corrente.
Del resto come ha detto Jason Lanier, uno dei guru del web ed inventore della realtà virtuale: «Se il servizio è gratis, il prodotto sei tu».
Certo, il PIL non è tutto o, perlomeno, non è abbastanza. Ma nei fatti sta proprio in come le Big Tech intendono i dati, ovvero come oggetto di scambio dall’indubbio valore. Un esempio ci viene dalla nuova iniziativa di Amazon negli Stati Uniti. La più criticata, controversa e geniale piattaforma di distribuzione e servizi sul web ha lanciato Amazon Shopper Panel, uno spazio dedicato agli utenti che vogliano caricare le loro ricevute di acquisto in cambio di fino 10 dollari al mese. È il primo esperimento acquisto diretto dei dati dei consumatori.
Insomma, se la sfida iniziale dei Big Data in Europa l’abbiamo persa, siamo sicuri di volerci far trovare ancora impreparati?
La posta in palio è economica ma anche politica e di sicurezza. Perché se l’Unione Europea affronta la battaglia del digitale con strumenti facilmente neutralizzabili, la Cina fa e disfa le regole in base al migliore guadagno possibile in termini economici e di potere “sconfinato” sul Mondo.
TikTok, il social network cinese, mette in Italia la sede di controllo dell’Europa mediterranea. Il presidente del Copasir Raffaele Volpi ha definito inquietante “la profilatura dei dati del cliente” della app “inventata dal governo cinese per la profilatura dei giovani cinesi”. Sia la Ico inglese e la Ftc americana hanno già avviato indagini autonome verso TikTok.
La Cina con tutti questi dati alimenta la più grande ed evoluta intelligenza artificiale esistente ad oggi. Secondo un’inchiesta l’Okidb, Oversea Key Information Data Base, ha già profilato 4.544 italiani e oltre 2,4 milioni in persone in tutto il Mondo.
Il grande algoritmo cinese ci sta schedando. Questo perché domina il grande flusso di dati senza un’etica, ma anche per il fatto che noi Europei non abbiamo ancora assunto con coraggio la guida valoriale, economica, finanziaria e di politica industriale che, come scrivono Caio e Azzone, “può essere molto preziosa affinché il Paese navighi in un mare di dati e non ci affoghi.”