Gli artigiani del Carretto Siciliano. Una tradizione di valore

Poco più di centocinquanta anni fa, l’Italia si univa. Ogni mattina il martello di un fabbro sull’incudine destava il popolo, si risvegliavano i fuochi e gli attrezzi degli artigiani iniziavano a sentirsi. Che fucina laboriosa era l’Italia, giusto l’altro ieri! Chi mai potrebbe negare che l’arte, l’artigianato, la finezza delle lavorazioni abbiano fortemente contribuito alla storia del nostro Bel Paese.
E nella punta più a sud dell’Italia, separata da un lembo d’acqua, c’è la Sicilia. Terra di orgoglio e sacrifici, qui l’artigianato ha assunto forme e colori ben specifici: basti pensare al maestoso Carretto Siciliano, un rude strumento di lavoro, un mezzo di trasporto che solo in quest’isola veste decorazioni pregiate, eleganti, lussuose, nonostante sia uno strumento del popolo, significando ancor più le contraddizioni che albergano nella greca Trinacria. Neppure le carrozze dei nobili hanno mai indossato tanto sfarzo, ma il Carretto Siciliano è orgoglioso, vuole dimostrare la sua valenza: oggi come allora, sfoggia colori vividi, cavalieri dipinti sui suoi quadri, delicate sirene raffigurate per impreziosire ogni suo angolo, anche il più nascosto.
Dietro la bellezza di un Carretto Siciliano ci sono le tenaci mani degli artigiani, uomini che, di generazione in generazione, si sono tramandati un’arte orale, che non si trova nei libri, sui giornali, o su internet. Ogni famiglia riponeva nell’artigianato tutte le speranze per i propri figli, così i ragazzini gremivano le botteghe col sogno di diventare anch’essi, da grandi, mastri. E si cominciava facendo il garzone. Imparavano a impastare i pigmenti per creare i colori, scoprivano come sbozzare il legno con l’ascia e la raspa da taglio, apprendevano come accompagnare il martello sull’incudine per sfruttare il rimbalzo e sgravare un po’ di peso dal polso. La bottega era la scuola dell’arte, ogni ragazzo desiderava aprire un giorno la propria, ma solo pochi riuscivano, solo coloro che avevano abbastanza perseveranza e spirito di sacrificio per diventare mastri.
Oggi il Carretto esiste ancora, gli artigiani superstiti sono pochi, ma resistono per l’amore verso una terra bruciata dal sole e dalla passione. Noi siamo Damiano Rotella e Biagio Castilletti. Nei bassi storici del palazzo Donnafugata custodiamo ancora il nostro mestiere: pitturare, restaurare e costruire i Carretti Siciliani.
Il mestiere non si può improvvisare: bisogna rispettare le influenze culturali, le stratificazioni ereditate dalle diverse generazioni di mastri, che nella storia hanno plasmato il Carretto e noi abbiamo avuto il coraggio di investire sull’artigianato facendo, da ragazzini, i garzoni in una delle ultime botteghe esistenti.
Ma oggi, vale ancora la pena investire sull’artigianato? In questi tempi in cui si compra tutto al centro commerciale, gli oggetti sono fatti di plastica e il gusto è diventato minimalista, vale la pena fare il garzone per imparare l’arte del Carretto Siciliano?
Assolutamente sì.
Se aprissimo gli occhi vedremmo le infinite strade che si diramano dal Carretto Siciliano. Conoscendo realmente il mestiere e tutto il suo valore, si avrebbe fra le mani una perla preziosa. Nella nostra bottega a Ragusa Ibla, che si chiama Cinabro, proprio come il rosso del Carretto, posiamo il pennello anche su oggetti diversi: un esempio su tutti, le commissioni di Dolce e Gabbana. Per questo brand abbiamo dipinto molte cose, dai frigoriferi ai piccoli elettrodomestici, perché lo stile Dolce e Gabbana, conosciuto nel mondo, in verità altro non è che il sontuoso vestito dei Carretti Siciliani!
Non è un caso se la nostra realtà abbia attirato l’interesse di stampa e televisione, nonché di eccellenti fotografi tra i quali spicca il nome del famigerato Steve McCurry, che da anni inserisce una foto della nostra bottega nelle sue mostre.
Tutti oggi vogliono indossare gli abiti del Carretto Siciliano: le etichette, le borse, i vestiti, gli oggetti di uso quotidiano, tutti vogliono i medesimi colori e le medesime decorazioni sanguigne del Carretto. Ma oggi, se nessuno investe più sull’artigianato, chi muoverà il pennello che soddisferà queste richieste?
Non basta imitare, come molti pigramente cercano di fare. La nostra storia può essere da esempio: posare gli occhi su un Carretto Siciliano e interrogarsi su cosa c’è dietro per scoprire la passione, la creatività, la tecnica e l’arte, che attualizzano fortemente un mondo antico.
Ai giovani dico di crederci e ai politici di sostenere concretamente settori di nicchia, che se non producono milioni di posti di lavoro, danno grande luce, lustro e immagine al nostro meraviglioso Paese, per questo invidiato da molti.
L’artigianato di qualità può aiutare a salvare l’economia italiana.