Frasi d’autore

Roberto Serrentino

Più si avvicina la data del 26 maggio, meno i partiti originariamente euroscettici propongono di uscire dalla UE, o dall’euro. Per quanto sbandierato nell’ottica di acquisire consenso elettorale, lo slogan fuori dall’Europa non lo dice più nessuno. E questo è già un primo aspetto che deve far riflettere per chiedersi, quindi, come cambierà l’Europa all’interno della propria istituzione.
Un’organizzazione più snella, approcci pragmatici alle problematiche, velocità d’intervento sulle criticità e di attuazione delle soluzioni sono solo alcuni degli aspetti basilari, che renderebbero più efficace, coinvolgente e premiante l’azione dell’UE.
Singolarmente siamo deboli e vulnerabili. L’unione, la coesione e la condivisione costituiscono le direttrici che bisogna seguire, senza che un Paese perda la propria identità nazionale, ma ricercando quelle radici etiche e di collaborazione, che sono state a fondamento della nascita dell’Unione Europea.
Noi di Dimensione Informazione siamo convinti dell’importanza e del peso sempre maggiore da dare all’Europa, intesa come sistema coeso di Paesi diversi, che trovino nella centralità dell’uomo e nell’Unione la loro forza, accrescendo così il miglior rispetto sia nelle contrapposizioni, sia nelle alleanze con le Potenze del resto del mondo.
 


Matteo Salvini

Dal 26 Maggio anche in Europa verranno prima le persone, prima il lavoro, la dignità, la salute, la vita vera, il diritto alla pensione. La finanza deve essere uno strumento per raggiungere il fine di dare benessere ai popoli, non viceversa.
L’Europa deve ripartire da zero e ricostruirsi, perché l’Europa senza democrazia, non è Europa. Senza sicurezza, non è Europa. Senza confini, senza lavoro, senza sviluppo, senza identità, senza famiglia non è Europa. Da questi cardini ripartiremo.
Le elezioni europee sono elezioni europee. In Italia dovremmo uscire, lo dico da anni, da questa visione ombelicale del mondo, come se tutto fosse sempre in funzione di equilibri interni, rapporti di forza di coalizione eccetera. Dobbiamo entrare nell’ottica che molte questioni centrali della nostra vita ormai si decidono più a Bruxelles che a Roma ed è necessario lottare anche superando gli schieramenti politici nazionali per riprenderci pezzi di sovranità.
Riaprire tutti i trattati e riscrivere le norme, archiviando i cavilli e i numerini, per far spazio a valori e meccanismi veramente federali.


Nicola Zingaretti

La nostra idea è quella di un’Europa delle persone, che diventi lo strumento che i cittadini hanno in mano per difendersi dalla violenza della globalizzazione e per costruire il proprio futuro.
Molte idee delle quali oggi si discute per il futuro dell’Unione sono temi sui quali il nostro Paese ha sempre richiamato l’attenzione: democrazia, coesione sociale, sviluppo. C’è un grande spazio per l’Italia in Europa. Ma dobbiamo recuperare credibilità, e lavorare fianco a fianco con la Germania e la Francia. Per questo serve subito un’alternativa al nazionalismo vittimistico di questo Governo.
Serve un vero bilancio comune dell’eurozona, per sostenere il lavoro e gli investimenti nei paesi in recessione, con strumenti come un’indennità europea di disoccupazione, una delle nostre proposte. Quindi stop alla concorrenza fiscale sleale tra Stati, con l’introduzione dell’aliquota minima al 18% per le imprese, tassando i profitti delle grandi multinazionali dove sono effettivamente realizzati.  L’Ue deve trainare il mondo nella sfida di un nuovo modello di sviluppo basato sulla sostenibilità.
La responsabilità di bilancio e la crescita economica non devono escludersi a vicenda. Possono e devono tenersi insieme, all’interno di un’Europa più coesa e più forte.


Antonio Tajani

Abbiamo bisogno di più Europa, ma soprattutto di una Unione più efficace, più politica e democratica, che risponda alle preoccupazioni dei cittadini in maniera concreta.
Il Patto di Stabilità e Crescita già prevede dei margini di flessibilità che vanno applicati. Ma la flessibilità deve servire per investimenti in infrastrutture, per abbassare le tasse su lavoro e imprese, per pagare i debiti arretrati della pubblica amministrazione, non per misure assistenziali e improduttive che fanno solo salire debito e deficit senza portare alcuna crescita.
Dobbiamo essere molto più presenti a Bruxelles, diventare credibili, preparare i dossier e costruire un sistema di alleanze, non fare proclami da Roma e poi disertare le riunioni del Consiglio.
L’Europa così com’è non va. Ma distruggerla, uscire dall’euro e dal mercato Ue, dove le nostre imprese esportano 250 miliardi di beni, sarebbe una follia. Le prime tre cose da cambiare sono: più risorse per l’innovazione, le infrastrutture, la formazione, l’industria, l’agricoltura, e non computare gli investimenti nazionali ai fini delle regole di bilancio; approvare definitivamente la riforma dell’asilo già votata dal Parlamento Ue per sistema di ripartizione dei richiedenti asilo efficace, equo e solidale e un piano Marshall per l’Africa; una vera politica estera, di difesa e di sicurezza europea.


Giorgia Meloni

È necessario un recupero delle sovranità nazionali, in una logica di sussidiarietà verticale: non decidano i burocrati di Bruxelles quello che può essere meglio deciso a Roma, Budapest o Parigi.
Il nostro modello è quello di una confederazione di Stati sovrani che cooperino sulle grandi materie, dalla politica estera al mercato unico, dall’immigrazione alla sicurezza, lasciando alla competenza degli Stati e alle sovranità le questioni più prossime ai bisogni dei cittadini, cioè l’esatto contrario di quello che fa oggi la Ue.
In Europa noi andiamo a difendere l’Italia, andiamo a difendere la nostra grandezza che è data soprattutto dalla nostra identità, che significa valorizzare i nostri prodotti, valorizzare il turismo e le nostre produzioni agricole, che vuol dire difendere il nostro artigianato, i nostri pescatori, tutto quello che fa l’Italia grande, dalla moda al settore vinicolo, che ad esempio regala all’Italia 15 miliardi di fatturato e 1,2 milioni di posti di lavoro ma che la Ue ostacola, non prevedendo alcun obbligo nello specificare la provenienza delle uve per i vini che in Italia rappresentano un marchio unico e inimitabile.


Nicola Fratoianni

La crescita, in tempo di crisi, è il risultato di forti investimenti pubblici, non di politiche restrittive ai danni dei ceti popolari. La crescita di cui oggi abbiamo bisogno è quella che assume in sé il concetto di limite della natura, cioè del territorio, del paesaggio, del Creato, per usare una parola cara a Papa Francesco.
L’establishment europeo nel tempo della crisi ha responsabilità non contingenti, bensì storiche. Il popolo, d’altra parte, è stato visto come entità indistinta, omogenea, compatta, depositario di una verità assoluta. Cos’è allora un’Europa diversa? È un’Europa governata dalla politica, non dall’economia dei mercati e dalla finanza speculativa della moneta.
Serve una visione strategica, non ordinaria, del processo europeo, senza la quale cambiare è impossibile e conservare inutile. La “complessità” del sistema di regole accresce il ruolo tecnico della burocrazia di Bruxelles e allontana i cittadini dalla comprensione dei reali meccanismi operativi e decisionali. Il sistema va semplificato. Va difeso il ruolo del Parlamento Europeo, ma occorre accrescerne la centralità, migliorarne l’efficienza.


Benedetto Della Vedova

Noi vorremmo un’Italia che riacquisti un ruolo di protagonista nel processo di integrazione che vorremmo accelerare. Ma l’Italia sarà protagonista nella misura in cui sarà credibile, in cui dimostrerà di recuperare produttività, di tornare a crescere, a investire nel futuro e nelle nuove generazioni. Invece stiamo facendo quello che si è sempre fatto: assistenzialismo a debito, solo che in modo molto più pericoloso per la tenuta dei conti pubblici di quanto non facessimo in passato.
Le tre cose da cambiare subito sono senz’altro: l’abolizione del voto all’unanimità nel Consiglio UE e il passaggio, per tutte le politiche, al voto a maggioranza, l’attribuzione di un pieno potere di iniziativa legislativa al Parlamento europeo e il raddoppio del bilancio europeo per finanziare ricerca, innovazione e politiche comuni come quella sull’immigrazione e l’asilo.
Dobbiamo guardare ai mercati in espansione, a cominciare dall’Africa, che sta conoscendo ritmi di crescita simili a quelli asiatici. L’Unione Europea dovrebbe puntare a diventare il primo partner economico dell’Africa, superando la Cina, e a questo scopo accogliamo con favore l’idea di istituire una grande area di libero scambio tra Europa e Africa.