Flat tax, fattore di sviluppo economico o propaganda?

Opportunità, fattore di sviluppo, o propaganda? Sono solo alcuni degli interrogativi, che interessano i circa trenta milioni di contribuenti italiani, dopo che il governo gialloverde ha imboccato con forza la strada della cosiddetta tassa piatta. Con la Legge di bilancio 2019 è stata introdotta non solo la cedolare secca del 21% per i contratti di affitto di immobili commerciali, ma anche la più reclamizzata flat tax che, attraverso un percorso graduale, prevede: per il 2019 un prelievo fiscale del 15% per le “piccole” partite IVA (ricavi fino a 65.000 euro); per il 2020 un balzo del prelievo al 20% sull’intero reddito professionale/imprenditoriale, compresa la parte al di sotto dei 65.000 euro, per chi nell’anno precedente abbia registrato ricavi tra i 65.001 ed i 100.000 euro; per il 2021 la riforma della tassazione sulle famiglie con due aliquote, 23% per i redditi fino a 75.000 e 33% per i redditi oltre 75.000 euro ed i quattro scaglioni di reddito della tabella a seguire:

Scaglioni Reddito in euro
Primo fino a 35.000 – Deduzioni per intero
Secondo da 35.001 a 50.000 – Deduzioni al 50%
Terzo da 50.001 a 75.000 – Nessuna deduzione
Quarto oltre 75.000 – Nessuna deduzione

Se risulta evidente l’opportunità per piccoli imprenditori e/o professionisti di veder ridotto il proprio carico fiscale, atteso che la flat tax, oltre a ricomprendere IRPEF, relative addizionali ed IRAP, prevede un’aliquota nettamente inferiore rispetto a quella attualmente fissata per il primo scaglione di reddito soggetto ad IRPEF (23% fino a 15.000 euro), tuttavia non si può sottacere che, con la conseguente esclusione del reddito d’impresa e/o di lavoro autonomo dalla formazione del reddito complessivo, si viene a generare anche una significativa perdita dei previsti  “benefici” fiscali, quali detrazioni/deduzioni per interessi sul mutuo prima casa, spese mediche, spese di ristrutturazione degli edifici ed altre. Da ciò, ad esempio, la convenienza per un commerciante al dettaglio che decida, dichiarando ricavi per 65.000 euro, di passare dal sistema di tassazione ordinario alla flat tax (convenienza calcolata in 1.300 euro), potrebbe risultare facilmente vanificata proprio dalla perdita dei suddetti benefici fiscali, se dovuti.
Ad attirare l’attenzione dei contribuenti è, quindi, la contrapposizione tra la flax tax, teorizzata a lungo dall’economista della Stanford University, Alvin Rabushka, ed il consolidato principio di progressività del nostro sistema tributario, sancito dalla Costituzione all’art. 53, considerato che, in caso di tassazione piatta, il sacrificio fiscale di un lavoratore con reddito modesto potrebbe risultare pressoché equivalente, in termini percentuali, a quello del più facoltoso imprenditore, ma di certo assi più gravoso in termini relativi di incidenza e quantificazione del reddito disponibile.
Inoltre, non sono da trascurare le consistenti e poco giustificate disparità, che riguardano gli stessi contribuenti sottoposti al regime forfettario per le “piccole” partite iva (flat tax 15%). Ad esempio, un commerciante (di Roma) con un reddito lordo di euro 65.000 ed un coefficiente di redditività del 40% (da cui un reddito imponibile ai fini flat tax di euro 26.000) oggi viene a beneficiare di un risparmio d’imposta di circa euro 1.300 rispetto all’ordinaria imposizione, mentre un suo “collega forfettario”, che svolge (sempre a Roma) un’attività caratterizzata da una ridotta incidenza di costi, quale quella di un ragioniere (con un coefficiente di redditività del 78%), registra per lo stesso reddito lordo (ma con un reddito imponibile ai fini flat tax di euro 50.700) un più che rimarchevole vantaggio di quasi euro 7.600.
È di tutta evidenza, quindi, come l’introduzione di un nuovo provvedimento volto ad una progressiva riduzione della pressione fiscale, possa costituire un potenziale “destabilizzante” che, nell’incrementare possibili divergenze, risulti oltremodo favorire l’evasione fiscale.
Ma la strada della tassazione piatta mostra un’ulteriore e più importante criticità, che il governo sembra sottovalutare, ovvero la capacità del nostro Paese, caratterizzato da un importante debito pubblico, di sopportare gli inevitabili, immediati effetti negativi sul gettito di tale imposizione.
Come, infatti, riscontrato in diversi Stati, dove da tempo si applica la flat tax con le seguenti percentuali di prelievo: Russia 15%, Lituania 33%, Lettonia 25%, Macedonia 12%, i primi anni si rilevano interessati da una significativa contrazione delle entrate fiscali (da cui un conseguente taglio di spese ed investimenti), che solo con il passare del tempo viene ad essere bilanciata da un’apprezzabile crescita economica.
Avrà, quindi, l’Italia, oggi in fase di stagnazione tecnica e outlook negativo da parte delle agenzie di rating, il tempo e le risorse per attendere una crescita che, dalla lettura degli indicatori economici, viene rinviata a data da destinarsi? Per quanti mesi l’Italia potrà lasciar crescere il proprio debito pubblico senza un’importante manovra correttiva? Come si evolverà il mercato del lavoro nella contrapposizione tra lavoratori dipendenti tassati con il sistema ordinario per scaglioni e gli autonomi/imprenditori gravati solo del 15%?
La flat tax, che appare, quindi, come un’opportunità, lasciando oggi a molti contribuenti disponibilità maggiori da immettere nel ciclo economico, non può che costituire per l’Italia una sfida, per non dire una vera e propria scommessa, se nel tempo si sostanzierà in un effettivo fattore di sviluppo e per l’impatto che avrà nel mondo del lavoro nel suo complesso.
La speranza è che il governo monitori strettamente gli effetti della tassa piatta sul gettito e più in generale sui conti pubblici, per non trovarsi impreparato di fronte ad un eventuale “buco”, difficile da coprire, soprattutto con le misure di politica economica recentemente adottate, volte più ad incrementare, piuttosto che a ridurre il debito.