Emergenza sorrisi: un sogno che diviene un progetto

È da più di 25 anni che parto per raggiungere le parti più povere del mondo.
Tutto nasce dal sogno, su cui ho fondato la mia scelta professionale: portare sollievo a quante più persone possibili.
Dopo la specializzazione in Chirurgia Generale, ho conseguito la specializzazione in Chirurgia Plastica ed in Chirurgia Maxillo Facciale: ho frequentato per tre anni la grande scuola di Ivo Pitanguy, il fondatore di una filosofia in cui il medico che sapientemente sa esaudire i desideri di attori e personaggi famosi, sa al tempo stesso mettersi a disposizione gratuitamente dei più poveri e bisognosi.
Quando ho cominciato a partire ero solo. La prima volta fu per tre mesi in Togo e, poi, a poco a poco ho girato quasi ogni Paese dell’Africa, ma ero sempre meno solo, perché molti colleghi ed infermieri hanno iniziato a seguirmi.
Il mio sogno è diventato così un progetto, che cresce sempre di più ed oggi ha un nome ed un logo, che ormai viene riconosciuto non solo in Africa, ma anche in Medio Oriente ed in tutta l’Europa: si chiama Emergenza Sorrisi.
Negli ultimi 12 anni di missioni chirurgiche, abbiamo operato 4.863 bambini. Ma non solo. Tutte le nostre missioni prevedono una intensiva attività di formazione rivolta ai medici locali: Emergenza Sorrisi è presente in Burkina Faso, Congo, Libia, Somalia, Guinea: abbiamo coinvolto nei corsi di formazione ben 580 professionisti sanitari locali, per un totale di 4.000 ore di formazione!
Sosteniamo la creazione di Centri di Eccellenza, in cui i nostri medici locali siano completamente autonomi e capaci di garantire assai elevati standard qualitativi: penso al dott. Aws a Nassirya, in Iraq o al dott. Hashimi a Kabul in Afganistan, che hanno ormai competenze superspecialistiche per operare i piccoli pazienti nati con malformazioni o  vittime di traumi di guerra o di ustioni.
Lo scorso 7 marzo a Roma, a Palazzo Giustiniani, abbiamo presentato il nostro modello di aiuto alle popolazioni con minori risorse, che produce anche l’effetto collaterale positivo di contrastare l’immigrazione: chi abbandona il suo paese lo fa per un senso di disperazione che oltrepassa la necessità.  La nuova frontiera per frenare le ondate incontenibili di immigrati è quella di migliorare le condizioni di vita nei paesi di origine, donando professionalità e specializzazione.
Il titolo del convegno era “Come aiutarli nel loro paese: e ne ebbe compassione”: farsi prossimi degli immigrati è l’unico modo per evitare che lo diventino. È stata un’importante occasione di confronto sul tema dell’integrazione e della cooperazione internazionale, patrocinato anche dal Senato e dall’Ordine dei Medici di Roma: sono intervenuti gli Ambasciatori della Somalia, dell’Iraq, dell’Afghanistan, della Giordania e il Presidente del Senato Maria Elisabetta Alberti Casellati ha partecipato con un vibrante saluto in cui ha stigmatizzano il senso ultimo della nostra mission istituzionale: «Il vostro impegno nell’educare, formare e specializzare il personale e gli stessi individui che necessitano di cure e sostegno è il primo passo per dare a tutti la possibilità di studiare, lavorare, aggiornarsi e avere l’opportunità di contribuire a costruire una società più equa e giusta».
Sì, io credo molto nella possibilità di costruire un mondo più giusto o, comunque, meno ingiusto: un passo alla volta, ognuno per quello che può.
Mi hanno spesso tacciato di essere un idealista, talvolta troppo “aggressivo” per la passione con cui difendo e combatto per ciò in cui credo, ma una delle frasi che guida la mia esistenza è “sii tu il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.
Troppo spesso oggi si incontrano persone dedite all’arte della “lamentazione”, incessantemente impegnate a descrivere – talvolta con minuzie – tutto quello che non va, o che non funziona, con un atteggiamento di arrendevolezza e rassegnazione che diviene, a mio parere, una complice “correità”: ognuno di noi, infatti, deve rispondere non solo di quello che ha fatto, ma anche di quello che non ha fatto.
È una questione di prospettiva. Io vedo sempre il bicchiere mezzo pieno e mi sforzo di riempirlo.
Insegno questo a tutti i volontari che partono con me in missione: già in aeroporto, durante il primo briefing, faccio sempre una premessa (utile a quelli che ancora non mi hanno conosciuto), in cui metto in chiaro che i problemi so cercarmeli da solo e che dal momento in cui arriveremo nel teatro di missione io vorrò solo sentir parlare delle soluzioni ai problemi che avremo incontrato.
Tanti mi dicono che mi ammirano, che vorrebbero essere dei chirurghi per fare quello che noi facciamo, ma la mia risposta è sempre la stessa: partire è l’ultima cosa, la più facile. La sfida maggiore, ogni giorno, è riuscire a creare le condizioni per ogni nuova partenza, raccogliere i fondi necessari per programmare una nuova missione, sposare un progetto per finanziarlo con la propria azienda, devolvere il prezioso contributo del 5×1000 nella dichiarazione dei redditi. Sono tanti i modi per fare la differenza per i tanti bambini che ci stanno aspettando.
Ogni bambino operato, che riconsegniamo alle mani grate e piene di amore dei suoi genitori, è la più grande vittoria possibile.
In prima linea si può stare anche restando a casa o in ufficio, per seguirci e sostenerci, facendo conoscere a tante persone nuove la nostra azione ed il nostro messaggio di speranza. Essere controtendenza è l’unico modo che abbiamo per sfidare il conformismo dilagante, che confonde il numero di like con un giudizio di qualità.