Dalla manovra del coraggio (in deficit) alla manovra della ragionevolezza

È molto difficile che la manovra in fase di gestazione possa essere ricordata come la manovra del coraggio. Ed è molto meglio così perché, in caso contrario, sarebbe stata probabilmente ricordata dai posteri come la manovra del coraggio in deficit. In fondo, la Legge di Bilancio in esame deve raggiungere solamente due obbiettivi e neanche troppo ambiziosi. Il primo è quello di far rientrare l’Italia a pieno titolo nel contesto europeo (ovviamente in senso lato) dopo gli scontri frontali, i toni violenti e le intemperanze che hanno caratterizzato il recente passato. In sostanza, questa manovra, che potremmo definire della “ragionevolezza”, deve innanzitutto disinnescare il “fattore S”, ossia il “Sentiment” dei mercati influenzato dalle ansie, dalle paure, dalle elucubrazioni dei mercati stessi. Si tratta di quel fattore che ha evidenziato tutta la sua pericolosità nei momenti più delicati della crisi, come ad esempio nel novembre 2011 (cambio Berlusconi – Monti), quando gli investitori persero la fiducia nella capacità dell’allora governo di gestire la situazione italiana. In quel momento cruciale, il “fattore S” prese addirittura il sopravvento sui dati reali dell’economia rischiando di risucchiare l’Italia in una spirale dalle conseguenze imprevedibili (spread a 574 punti e rendimento dei BTP decennali oltre il 7% considerata la soglia di non ritorno). Da non sottovalutare, a questo proposito, che il descritto obbiettivo di carattere generale influisce poi direttamente sull’efficacia delle singole misure espansive previste in manovra.
Non bisognerebbe mai scordarsi che per stimolare i consumi e rimettere in moto il volano dell’economia non basta affatto, come taluni ritengono, mettere qualche soldo in più nelle tasche degli italiani o prevedere qualche agevolazione in più per le imprese. È indispensabile, invece, la contemporanea presenza di un secondo fattore: uno scenario prospettico rassicurante o, quantomeno, accettabile. E questo, banalmente, perché, se si rende l’orizzonte totalmente buio (vedi le Sacre Crociate contro l’euro), di fatto si impedisce alle misure con velleità espansive di trasformarsi in maggiori consumi e nuovi investimenti. Se lo scenario è preoccupante, il padre di famiglia quei soldi in più li metterà sotto il materasso o chiuderà qualche piccolo debito; l’imprenditore non investirà in nuovi macchinari, ma utilizzerà quelli già in linea. La banca, da parte sua, non aumenterà i prestiti alle PMI mediamente rischiose, ma indirizzerà la liquidità aggiuntiva verso grandi controparti primarie le quali, non avendone bisogno, la utilizzeranno per impieghi finanziari e non per gli investimenti.
Il secondo obbiettivo che si chiede a questa manovra è quello di disinnescare il potenziale recessivo insito nelle clausole di aumento dell’IVA e di destinare qualche miliardo residuale a misure che abbiano un sapore vagamente espansivo. Ed è proprio su questo fronte che sarà necessario fare molta attenzione per scongiurare il rischio che questa manovra possa trasformarsi da moderatamente espansiva in moderatamente recessiva. Ad esempio, nel corso del prossimo esame della Legge di Bilancio, bisognerà guardare attentamente il blocco delle misure legate alla lotta all’evasione con particolare riferimento alle previste limitazioni all’uso del contante. Per quanto riguarda questo punto, è evidente che una riduzione dell’uso di denaro sonante, in linea di massima, possa influire sul fenomeno dell’evasione. Come è evidente che il dato italiano, secondo il quale l’86% delle transazioni sono in contanti, sia eccessivo e ben lontano dalla media europea. Ma, premesso ciò, il punto rimane come arrivare ad un risultato concreto senza creare contraccolpi recessivi che attualmente non possiamo permetterci. E la strada maestra, verosimilmente, non passa affatto per una brusca riduzione della soglia del contante, già sufficientemente bassa, ma attraverso meccanismi che modifichino nel tempo i comportamenti degli italiani. In quest’ottica, è corretta l’impostazione al momento indicata nel NADEF che prevede un mix di interventi in grado di creare interessi contrapposti anche grazie alla presenza di incentivi e disincentivi mirati. È fondamentale, però, che questi interventi rimangano in modalità “WIN-WIN”, ossia in una modalità nell’ambito della quale tutti ritengano di “vincere”. Ad esempio, l’acquirente vince se, a fronte dell’acquisto in modalità elettronica, lo Stato gli concede una qualche forma di bonus e magari gli permette di partecipare ad una lotteria con gli scontrini; da parte sua, l’esercente vince se gli vengono abbassate le commissioni sulle transazioni. Lo Stato, ovviamente, vince perché è assai probabile che incrementi il suo gettito fiscale. Solo una volta innescato questo processo, si potrà pensare ad una riduzione dell’uso del contante senza generare danni collaterali. E, oltretutto, detta riduzione dovrà essere particolarmente graduale perché dovrà essere fasata al progressivo affermarsi delle descritte misure WIN-WIN. In quest’ottica, si potrebbe pensare ad una rimodulazione (molto più lenta di quella oggi in esame), che preveda una riduzione della soglia a 2.500 Euro nel 2020 e successive riduzioni annuali di 500 Euro, fino ad arrivare a 1.000 Euro solo nel 2023. Così facendo si otterrebbero 3 risultati: 1) si darebbe l’idea di una strategia di medio periodo e non di una misura repressiva spot; 2) la riduzione dell’utilizzo del contante, essendo graduale, non genererebbe effetti recessivi; 3) la citata riduzione, annunciata e spalmata in 4 anni, non creerebbe un “effetto rifiuto” in grado di stimolare l’innata vocazione del contribuente ad aggirare i divieti imposti.