Caro energia: l’Italia nella tempesta perfetta. Cambiare strada o la transizione energetica sarà lacrime e sangue

Con la legge di bilancio 2022 sarà la terza volta in pochi mesi che il Governo dovrà intervenire per mitigare il caro energia. A maggio l’aumento del 30% dei prezzi del gas – legato alla ripresa delle economie e in particolare alla crescita della domanda cinese – e l’aumento del prezzo di emissione della CO2, arrivato a giugno a superare i 50 €/t per effetto della decarbonizzazione imposta dalla UE, hanno portato il Governo a stanziare 1,2 miliardi per contenere, per il terzo trimestre, l’’incremento al 9,9% della bolletta della luce, che diversamente sarebbe stato di oltre il 20%.
Successivamente, con il decreto “bollette”, lo stanziamento di 3,5 miliardi ha consentito in questo quarto trimestre di ridurre l’impatto del +29,8% per l’elettricità e del +14,4% per il gas. In assenza della misura gli aumenti, sarebbero stati rispettivamente del 45 e del 30%. Il Governo ha ridotto gli oneri in bolletta e l’IVA per il gas a 35 milioni di clienti domestici, micro imprese, e ha rafforzato il bonus sociale energia a 3 milioni di famiglie vulnerabili.
Le quotazioni della CO2 (che ha sfondato il tetto degli 80 €/t) e soprattutto del gas hanno però continuato impetuosamente a salire e in questi ultimi mesi si sono impennate. Dalla burrasca ci siamo trovati nella tempesta perfetta. Il gas nell’ultimo anno è a +400% e ha spinto i prezzi elettrici a livelli record.
Quella dell’esecutivo a fine settembre è stata un’operazione straordinaria, assolutamente necessaria, ma che purtroppo non ha evitato la batosta del caro bollette a molti: come ad esempio agli utenti del teleriscaldamento e a quelli del gas naturale per autotrazione; alle pubbliche amministrazioni e in particolare ai comuni, con i sindaci in grande difficoltà a far quadrare i bilanci; alle piccole, medie e grandi imprese, soprattutto a quelle energivore del gas, che in alcuni casi hanno aperto linee di credito con le banche per pagare le bollette, mentre altre aziende, nonostante siano piene di ordini, stanno rallentando la produzione e in alcuni casi si sono fermate perché produrre è diventato troppo costoso, come ad esempio deciso dalle fornaci del distretto del vetro di Murano oppure dalla sarda Portovesme, il più grande produttore italiano di zinco, che costringerà alla cassa integrazione oltre 400 dipendenti diretti.
Il fenomeno del caro energia non è ovviamente solo italiano, ha dimensione internazionale, ma l’Italia soffre molto di più perché paga inefficienze mai risolte e scelte discutibili del passato come il Conto Energia dal 2005, che ha incentivato lo sviluppo del fotovoltaico, ma ha creato anche speculazioni e l’incremento degli oneri di sistema, senza contribuire a far nascere una filiera nazionale. Come se non bastasse, nel nostro Paese, a differenza di ciò che accade all’estero, non si parla abbastanza della crisi energetica, nonostante il caro bollette stia già avendo conseguenze devastanti sulla produzione industriale e potrebbe averne di altrettanto drammatiche sull’occupazione e sull’inflazione.
I pesanti aumenti indeboliscono la competitività delle nostre imprese e colpiscono le famiglie, magari non tutte direttamente in bolletta grazie all’intervento governativo, ma indirettamente sì, per gli inevitabili aumenti dei prezzi dei beni di consumo legati agli aumenti dei costi di produzione. I rischi che venga frenata la ripartenza post-pandemia sono altissimi, basti pensare al valore di un’eventuale cassa integrazione per le aziende costrette a chiusura.
La situazione è sempre più grave, sempre meno congiunturale e rischia di essere strutturale come dimostrano i prezzi medi giornalieri dell’energia elettrica in Europa nei mesi di settembre, ottobre e novembre. Già a settembre l’Italia aveva il triste primato del prezzo più alto: 159 euro/MWh, contro i 135 (-15%) della Francia e i 128 (-20%) della Germania. Va sottolineato che nello stesso periodo del 2019 il prezzo in Italia era 52 euro/Mwh e che, proprio per fronteggiare questa esplosione dei prezzi, il Governo ha stanziato 3,5 miliardi di euro per ridurre gli aumenti delle bollette.
Ebbene, rispetto alla media di settembre, il prezzo medio italiano di ottobre è salito a 218, con un aumento del 37%, sempre più distante dai prezzi medi di Francia (+21%) e Germania (+36%). E il trend di novembre purtroppo non è cambiato ed è arrivato alla media giornaliera di 226 Euro/MWh.
Ma perché il divario tra noi e gli altri paesi europei è aumentato? La causa della drammatica situazione italiana è da ricercare in un mix energetico sbagliato e nell’eccessiva dipendenza energetica dall’estero. Il nostro Paese importa tutto e non produce: per il gas addirittura al 95% e ci permettiamo il lusso, ipocritamente, di non sfruttare il nostro a km0, molto più pulito e sfruttabile a emissioni ridotte rispetto a quello che per almeno 30 anni saremo costretti ad importare attraverso gasdotti intercontinentali e metaniere.
La Germania invece ha un ampio mix energetico con nucleare (al 13%), eolico (al 20%) grazie al vento del Mare del Nord, biomasse (al 8%), carbone e lignite (al 35%), che verranno sfruttati ancora a lungo visto la decisione tedesca di spegnere le centrali a carbone entro il 2038, e non entro il 2025 come l’Italia!
La Francia, dal canto suo, con 56 centrali ha oltre il 70% di nucleare, da cui attingiamo mediamente il 10% del nostro fabbisogno energetico. E sappiamo che Macron ha rilanciato la costruzione di reattori nucleari ad impatto zero! Appare quindi evidente che stanno meglio i paesi che non hanno ancora rinunciato al carbone e che sfruttano il nucleare, peraltro evitando con quest’ultimo l’emissione di milioni e milioni di tonnellate di CO2.
Insomma, a queste condizioni e visto che siamo alle porte dell’inverno, la competitività delle nostre imprese e i bilanci delle famiglie italiane sono in grandissima sofferenza. I 2 miliardi di euro stanziati in legge di bilancio, che saliranno a circa 3, per limitare il caro bollette nel primo trimestre 2022 sono importanti, ma comunque decisamente insufficienti e ben lontani dall’avere un effetto di mitigazione come quello conseguito in questo ultimo trimestre. Servirebbe il triplo delle risorse e, soprattutto, allargare i benefici anche alle imprese.
Questi provvedimenti temporanei però non bastano: è sempre più indifferibile e urgente intervenire strutturalmente e ripensare la politica energetica del nostro Paese. Certo, l’Italia non può permettersi di aspettare l’Europa che, dopo l’ubriacatura del “solo rinnovabili e solo idrogeno verde”, è da due mesi divisa ed incapace sul come affrontare il caro energia. Nel frattempo noi saremo lasciati in balia della tempesta.
Se il Governo italiano è intervenuto, cercando di affrontare il problema e stanziando risorse ingenti, per quanto insufficienti, l’Europa latita e la Commissione UE si permette il lusso di escludere dai finanziamenti delle infrastrutture strategiche il raddoppio del TAP – che avrebbe consentito di portare dai 10 miliardi di metri cubi attuali a 20 miliardi il gas importato in Italia – di fatto impedendo la diversificazione e la riduzione dei costi degli approvvigionamenti del gas. Una decisione inaccettabile visto la gravità della situazione e, appunto, la necessità di interventi strutturali, che richiede una presa di posizione forte del nostro Paese.
Oltre al gas – che dev’essere ricompreso nella tassonomia europea, riconoscendone il ruolo fondamentale nella transizione energetica – occorre tornare ad investire sulle biomasse, sulla geotermia, sull’idroelettrico e partecipare alla ricerca e allo sviluppo del nucleare di quarta generazione; un tema quest’ultimo che merita di essere riportato con rigore scientifico al centro del dibattito pubblico.
È ingenuo o, peggio, in malafede chi pensa che la ricetta per uscire dalla crisi energetica sia spingere solo sulle rinnovabili come fotovoltaico ed eolico. Anche se i sistemi di accumulo dovessero essere sviluppati tecnologicamente, non si risolverà il problema della loro non programmabilità. Il problema di queste fonti rinnovabili non si manifesta nei costi bassi di produzione dell’energia elettrica ma nei costi altissimi della loro non produzione: non solo quando non c’è il sole o quando non c’è vento, ma soprattutto in inverno. Con le sole rinnovabili non si può rispondere alla domanda di energia crescente e non si può garantire la sicurezza e la resilienza del sistema energetico del nostro Paese. Senza poi soffermarci sul tema dei minerali critici e delle terre rare per le quali con fotovoltaico, eolico e auto elettriche saremo sempre più dipendenti da quel monopolio cinese che rischia – se non si prendono contromisure – di legarci al giogo del gigante asiatico.
Per non rischiare di trovarci ancora in futuro nelle drammatiche condizioni di questo periodo, è inoltre indifferibile alleggerire la bolletta elettrica abbattendo strutturalmente gli oneri di sistema, che cubano in bolletta 15 miliardi di euro, sia spostando nella fiscalità generale quella parte non strettamente connessa al sistema energetico (come il bonus sociale povertà energetica o le agevolazioni per il sistema ferroviario), sia impiegando parte del gettito delle aste per le quote di emissione di CO2. Una richiesta che viene anche da ARERA.
E ancora: risultano essenziali l’incremento dell’efficacia del servizio di interrompibilità per le imprese energivore del gas, soprattutto con l’inverno alle porte, l’introduzione di sgravi fiscali per le industrie energivore, un’azione decisa in sede comunitaria per definire un regolamento che stabilisca regole comuni per gestire in sicurezza gli approvvigionamenti del gas e gli stoccaggi e agire nel pacchetto sulla finanza sostenibile.
Occorre, come detto, assumersi la responsabilità di sfruttare il nostro gas naturale per ridurre la nostra dipendenza energetica e investire per diversificare le fonti di approvvigionamento. La decarbonizzazione avviene sì piantando nuovi alberi, ma anche con la cattura e lo stoccaggio della CO2 e aprendoci alla ricerca e sviluppo del nucleare di quarta generazione.
In sintesi, per vedere una luce in fondo al tunnel in cui siamo entrati, dobbiamo abbandonare l’ambientalismo ideologico e anti impresa, che ha fatto già troppi danni e dobbiamo procedere con approccio pragmatico, assicurando la sostenibilità ambientale, economica e sociale, nonché garantendo la neutralità tecnologica, perché tutte le tecnologie che contribuiscono a decarbonizzare devono essere impiegate e hanno pari dignità.