Le Case di Comunità e
la riforma della medicina territoriale


A livello mondiale, il Sistema Sanitario Nazionale viene riconosciuto come uno dei più efficienti.

L’ente certificatore statunitense Bloomberg assegna all’Italia ogni anno il 3° o il 4° posto tra le sanità mondiali.

Questo avviene in un momento storico che vede due elementi importanti da valutare.

Il primo è l’eccezionale aumento dell’aspettativa di vita della popolazione italiana (che diventa la più longeva del mondo insieme al Giappone). È indubbiamente un’ottima notizia, ma comporta uno “stress” ed un impegno per un sistema sanitario che deve necessariamente affrontare pazienti con più patologie e maggiori fragilità.

Il secondo elemento da tenere presente è la “rarefazione” di medici presenti in Italia.

Il numero dei sanitari si è contratto a causa della contemporaneità del pensionamento di generazioni di laureati di vecchia data (quando non esisteva il numero chiuso) e la scarsa immissione di nuove generazioni dovuta ad un “clamoroso” errore di programmazione nel numero degli accessi alla facoltà.

Fino a 2 anni fa il numero degli iscritti era inferiore alle 10mila unità, a fronte delle decine di migliaia di pensionamenti.

Fortunatamente, negli ultimi anni la possibilità di accesso è stata molto ampliata (si è arrivati quest’anno a 25mila), ma ci vorrà molto tempo per colmare il gap accumulato.

Tutto ciò è, oltretutto, avvenuto in un momento di grande richiesta di “salute” da parte della società.

Alla luce di quanto detto, il nostro Sistema Sanitario necessita di alcune misure per renderlo più efficace e moderno.

Uno dei temi di maggiore attualità è l’organizzazione della Medicina Territoriale.

Una sanità basata sulla centralità dell’Ospedale ha dimostrato elementi di fragilità al momento della Pandemia da SARS-COVID 2.

La riforma della medicina territoriale rappresenta uno degli interventi più rilevanti del Servizio Sanitario Nazionale degli ultimi decenni.

Nata nell’ambito della Missione 6 Salute del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR), essa mira a spostare progressivamente il baricentro dell’assistenza dall’ospedale al territorio, rafforzando la presa in carico dei cittadini, soprattutto delle persone fragili e affette da patologie croniche.

Il riferimento normativo principale è il Decreto Ministeriale 77 del 2022, che ha definito il nuovo modello organizzativo dell’assistenza territoriale.

Al centro della riforma vi sono le Case della Comunità, strutture concepite come punto unico di accesso ai servizi sanitari e sociosanitari territoriali.

In questi presidi dovrebbero operare in maniera integrata medici di medicina generale, pediatri di libera scelta, infermieri di famiglia e comunità, specialisti ambulatoriali, assistenti sociali e altri professionisti sanitari, con l’obiettivo di garantire continuità assistenziale e prossimità delle cure.

La realizzazione della nuova rete territoriale è stata finanziata principalmente attraverso la Missione 6 del PNRR.

Per le Case della Comunità sono stati stanziati circa 2 miliardi di euro, destinati alla costruzione, ristrutturazione e ammodernamento delle strutture sul territorio nazionale.

L’obiettivo europeo attualmente vigente prevede l’attivazione di almeno 1.038 Case della Comunità entro il 30 giugno 2026, termine ultimo per il completamento degli investimenti finanziati dal PNRR.

Accanto alle Case della Comunità, la riforma comprende anche le Centrali Operative Territoriali (COT), gli Ospedali di Comunità e lo sviluppo della telemedicina, strumenti pensati per garantire una gestione più efficace dei percorsi assistenziali e ridurre il ricorso improprio agli ospedali.

A ridosso della scadenza del 30 giugno 2026, il quadro appare caratterizzato da luci e ombre.

Da un lato, il numero delle strutture realizzate è cresciuto significativamente negli ultimi due anni; dall’altro, persistono criticità legate alla piena operatività dei servizi e alla disponibilità del personale.

Secondo i dati di monitoraggio riferiti alla fine del 2025, risultavano attive 781 Case della Comunità con almeno un servizio funzionante.

Tuttavia, le strutture pienamente operative secondo gli standard previsti dal DM 77 erano soltanto 66, evidenziando una notevole differenza tra apertura fisica delle sedi e reale capacità assistenziale.

La Corte dei Conti ha recentemente rilevato che il programma di realizzazione delle strutture procede nel complesso in linea con i target europei, ma ha evidenziato importanti differenze territoriali e ritardi nella completa attivazione dei servizi.

In particolare, solo una quota limitata delle Case della Comunità può oggi essere considerata pienamente funzionante secondo il modello organizzativo previsto dalla riforma.

Se la realizzazione delle infrastrutture procede grazie ai finanziamenti del PNRR, la vera sfida riguarda il capitale umano. Numerosi osservatori concordano nel ritenere che il principale fattore di rischio non sia più la costruzione degli edifici, ma il reperimento di medici, infermieri e professionisti sanitari necessari a renderli operativi.

In questo contesto si inserisce il dibattito sulla riforma della medicina generale. Il Ministero della Salute ha più volte ribadito la necessità di rafforzare la presenza dei medici di famiglia nelle Case della Comunità, favorendo modelli organizzativi più integrati e multidisciplinari.

Negli ultimi mesi il confronto si è concentrato soprattutto sulle modalità di coinvolgimento dei medici di medicina generale e sul loro rapporto con il Servizio Sanitario Nazionale.

La scadenza del 30 giugno 2026 rappresenta un passaggio decisivo non soltanto per il rispetto degli impegni assunti con l’Unione Europea, ma soprattutto per la credibilità della più importante riforma sanitaria territoriale degli ultimi anni.

Il raggiungimento dei target infrastrutturali sarà certamente un risultato significativo, ma non sufficiente.

La vera misura del successo della riforma sarà infatti la capacità delle Case della Comunità di diventare luoghi realmente vissuti dai cittadini e dai professionisti, garantendo accessibilità, integrazione dei servizi, presa in carico delle cronicità e riduzione della pressione sugli ospedali.

Nei prossimi mesi l’attenzione si sposterà quindi dalla costruzione delle strutture alla loro effettiva funzionalità. La sfida non sarà più soltanto aprire le Case della Comunità, ma renderle il fulcro operativo di una nuova medicina di prossimità, capace di rispondere ai bisogni di una popolazione sempre più anziana e affetta da patologie croniche.

A quattro anni dall’approvazione del DM 77/2022 e alla vigilia della conclusione del PNRR, la riforma della medicina territoriale si trova dunque in una fase cruciale: le fondamenta sono state poste, ma la piena realizzazione del nuovo modello dipenderà dalla capacità di trasformare gli investimenti infrastrutturali in servizi concreti e accessibili per i cittadini.

Stefano De Lillo

Vice Presidente Ordine dei medici di Roma

Registrato al Tribunale di Roma il 19/09/2018, n. 155
Direttore: Roberto Serrentino

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